(Parlano di cadute libere nel pre-conscio. Io so solo che se allucino confondo, e ciò che confondo non so più dire)
Come se non ci fossero più frasi al mio vocabolario finito, ogni lemma generico e ancora non me né do ragione.Solo segni senza traccia. Posso riscrivere i passati, lo so ,ma ieri, appena uscita da quella porta, tra l’orecchio e la mandibola, una pressione contraria spingeva al fuori.E qual è il mio fuori se non una seconda pelle che racchiude, comprime e de.prime? Sono la chiesa di me stessa, sputo sugli altari perché ancora ci cammino,conosco le congiunzioni e la grammatica, non vedo però logica. Ciò che tenta l’uscita – e in qualche modo la logora- appare sempre col vestito della risposta per ingannarci sulla soglia: sto uscendo, mi svelo, dunque “a me” ti rispondo. Eppure quel pulsare che dal centro cerca uno sbocco, oggi e ieri , nel suo essere al limite, arriva come una domanda, si arriva –e la questione diviene piccola, minuziosa, corporale.
Per la mia frase
Il mio discorso non ha testa
Né copricapo.
Un giorno si giura
E senza il treno del vino , quando anche i mosaici saranno fioriti,la sola domanda che faremo agli astanti – e mi faranno- sarà la vera tortura per i demoni. Nulla ha verso se non forma e rigore, nulla ha dominio senza che la mia merda parli d’essenza, e la mia merda parlerà d’ego, es, certuni e società –come l’uomo che al tabellone della fabbrica portava i riccioli fra i capelli ma era donna e –come sempre- per ogni occhio aperto, uno spillo. Sarà fine, o solo mezzo, la verità? Sola supposizione, l’essere sulla linea a sfida: la si calpesta per la certezza di un oltre, non già col pensiero che quella presa di coscienza sia un morire originario, perché se quella linea fosse fine non perderei i piedi, smarrirei forse il tatto; ma quella linea non è un neppure un confine, che se fosse presupporrebbe uno scarto, quello necessario alla preparazione del poi, il salto.
Nel frattempo –lo stesso tempo che apparentemente perdo - scopro il vecchio. L’unico banchetto in cui non via sia cibo, se non troppo o troppo poco –e di sei ch’eravamo, uno dopo l’altro, come un corpo che arrivato all’età del mezzo comincia a disfarsi, si perdono la distanza ma non le file. Perché dico questo? Perché ho incastrato le mie braccia sulle spalle dell’Altro per poterle muovere. E adesso che le vedo arrampicarsi, io divengo l’Altro.
Azzardo: posso anche pensare di scordarmi , perché in quell’entrare-in-comunicazione ne penetro l’ impenetrabilità, la stessa che in ultimo è anche la mia.
Per scrivere dovrei sapere la mia traduzione – e non la conosco. Allora mi chiedo: chi, fra voi, conosce la lingua che si è dato? Era forse necessario impararla a memoria, prima di cominciare a parlare?
