Alderano ha pubblicato qui il suo brano nato di getto a seguito dell'iniziativa dei Wu Ming. Sabato, nei venti minuti di treno che separano la mia città dall'altra, ho scritto anch'io il mio. Trascrivo:
Tra la chiesa gotica, la Banca d’Italia e il secondo liceo di Vicenza ,Piazza San Lorenzo vive da anni racchiusa in un perimetro invisibile, un tracciato di confine tra un noi indefinito e un loro ben conosciuto.
Avevo quattordici anni, quel giorno, gli occhi a terra e il passo svelto come l’ingenuità –ed era troppa. Cercavo la bicicletta nera del nonno chiusa al pilastro del centro, cerco le chiavi, cadono i libri ma una voce bassa mi ferma: e’ un uomo a calciare il silenzio di mezzogiorno, con la luce di agosto a battergli sul collo in tensione ed evidenziarne il nodo. Una gola bloccata, ruvida, un’occhio che sa di pianto e rabbia punta al loro monumento.
“Siete voi, vero?”
Avranno in media una ventina d’anni, i capelli cortissimi,magliette nere in piega perfetta e la risata forte. Si girano,ghignano nel gruppo.
”Noi chi?”
“Quelli di mio figlio”.
Ridono.
“E chi cazzo è tuo figlio?”
“Uno qualunque, evidentemente, uno dei tanti,uno degli ultimi”
Ridono di nuovo, riassestano i corpi e gli sguardi in cerchio e riempiono le bocche di fumo nero, indifferente.
Ridono di nuovo, riassestano i corpi e gli sguardi in cerchio e riempiono le bocche di fumo nero, indifferente.
“E’ tornato a casa viola, lo sapete? Certo che lo sapete. La mandibola che tremava impazzita, le pupille spalancate di terrore, diceva: Non dirlo a nessuno, babbo, ti prego, ti prego, non fare niente, ti prego, io non ho fatto niente, ti prego, non cercarli, babbo, ti prego. Siete dei pezzi di merda, dei fottuti pezzi di merda.”
Resta zitto per un po’- ed è una pausa che gela e cristallizza ogni cosa. Poi uno dei più giovani si volta,l’unico che sarà il solo a resterà fino alla fine.
“Ma vaffanculo, lascialo perdere, cazzo”, si sente dal centro. C’è un capo, fra loro:ha gli occhiali scuri , il volto largo e ripete al minore: ma vaffanculo, lascialo perdere.
“L’avete picchiato voi, non è vero? Lo so, e chi altrementi? Senza alcun motivo, lo so. Perché Voi siete senza alcun motivo. Bravi! Respirate sui vostri colli forti e maturi i vostri stemmi incoscienti, i vostri lustrini del cazzo. L’avete picchiato voi, vero? La violenza del branco, certo, perché era più piccolo di almeno due teste! Perché questo è il vostro territorio sacro, vero? Perché quella era la vostra cazzo di notte. Su, forza, parlate! Togliete i tappi da quelle stupide bocche! Su, mostratemi le vostre mani, i vostri piedi borchiati, buttate a terra anche me,forza, buttatemi qui, ora ch’è sole. Mostratemi le palle gonfie dellaltra notte, stronzi”
Silenzio.
In tre si alzano dal monumento e lui quasi non ci fa caso: è lì, ma sa bene d’essere ad un muro, un muro che non è certo alle spalle ma al petto, il muro muto di un agosto nero, sporco.
“Cos’è? Avete paura voi, ora? La paralisi dell’ignoranza?Ditemi, forza! Perché alla fine Questo siete. Questo fate. Ignoranti… Dai, raccontatemi una storia, raccontatemi un insulto, raccontatemi La Storia, quella che tanto rivendicate! Muti, ma certo! Che ne sapete, voi? La sapete lunga, vero? Molto più lunga di Andrea, certo. I vostri cazzo di vent’anni sicuri che falciano tutto, i vostri eroi belli! Dove sono adesso? Senza giustificazioni? Solo azioni, le vostre, ovvio. Perché siete un gregge, siete! Ma guardatevi, guardatemi, cristo! Dove sono gli occhi di due sere fa? Dove sono finite le mani grandi per le guancie di Andrea? Dove sono i vostri calci, ora che c’è luce e io sono come vostro padre? Dove cazzo sono? Ditemelo. Cos’è? Avete paura dei padri? Dove cazzo sono?”
Silenzio.
E la bici del nonno ormai era sparita, era sparita ogni cosa, la chiesa, la scuola, il bar giallo, le pagine, la storia, la coerenza, l’incoerenza, le belle frasi, i passanti, la bici del nonno, ogni cosa, la chiesa, le voci, la testa, la mia testa, la loro.
Stavo lì, immobile con le gambe affondate nella terra e la voglia di piangere Andrea, quell’Andrea sconosciuto che forse nella sera delle botte aveva il mio stesso viso, trenta chili e una chiave in mano –e gli occhi, bassi come i miei prima di quell’inizio. O forse sbarrati, come i miei di quel preciso allora.
Intanto al monumento erano rimasti in due: i primi se n’erano andati con un gesto di spalle incurante, il gesto di chi piega e non sa spiegare, il braccio volato a preaprare l’uscita dei secondi che avrebbero sussurrato un solo misero noi andiamo. E quel mezzogiorno d’Agosto ormai era un giorno tranciato a metà, un istante che però conteneva una verità e mezza. Io li ho odiati,lo ricordo bene. Ma quel padre non provava odio.
“Mi fate pena, sapete? Mi fate una gran pena. E mi fate schifo.
E mi fate pena”
Si è passato una mano sulla fronte ad asciugare un sudore che non c’era, un sudore che se anche fosse stato, sarebbe stato inutile, statico, morto, incomunicabile. Poi se n’è andato lento verso le mura del liceo,le stesse che anche oggi pitturano a giorni alterni per togliere ogni traccia rossa e ogni traccia nera della gara degli stolti, del più forte.
L’ultimo del gruppo stava ancora là, seduto ai piedi del monumento, inerte ,in un’offerta che ora appariva quasi ridicola.
L’ultimo del gruppo stava ancora là, seduto ai piedi del monumento, inerte ,in un’offerta che ora appariva quasi ridicola.
E quel frammento lasciato dal padre chiedeva ora una ricomposizione, la costruzione di un’immagine sola, solitaria, senza residui, senza resti al reale, un terreno svuotato dal simbolico ma incastrato nella traccia di quello stupido perimetro, il loro, la loro piazza, le loro croci d’oro, le loro bandiere,i loro vaffanculo, le loro aquile, i loro scatti improvvisi,loro.
p.s. Ma della mia città è bene ricordare anche questo.
E molto altro.
