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Fino ad oggi hanno attraversato lo specchio *loading* passanti

© Elos 2004/2008. Tutto il materiale qui pubblicato è proprietà intellettuale dell autore. Come tale non può essere riprodotto, tutto o in parte, senza preventivo consenso dell autore stesso.



sabato, 30 maggio 2009
 

Suture



Navigo il cerchio  e penso ai tempi morti della morte di  Nicolien. Nicolien pelle chiara e tre lingue sui capelli, Nicolien che si aggrappava al lenzuolo e fingeva e fingeva e fingeva tutte le sue sere la leggerezza degli angeli. Ci credevamo pure.Discutevamo ore ed ore dei carnefici e di chi ci avrebbe piantato le ossa alla gola. Eravamo le buone, le malate del villaggio che camminava avanti e indietro, eravamo le sante, eravamo i piccoli sacrifici di famiglia.
Nicolien, io sono cattiva. Io so odiare, Nicolien. Non é vero che non farei del male ad una mosca: ricordi flicr, la mosca addomesticata di Villa Margherita? Tu forse no, tu che ora stai tra i bimbi pelle ossa a curare il loro lato, ma io sarei stata capace di ucciderla, la mosca addomesticata. Col pensiero posso tutto, odiare, smembrare,dimenticare, scopare, mangiare budella, vomitare tremiti.
E' rabbia. Ti guardo in viso, le foto che mi hai mandato per copia incollla a tutti noi che ci premevamo la bruttezza sulle tempie   e il sangue al tempo -e non mi dai gioia. Affatto. Mi da' ai nervi, vedere l'occhio triste che per redimersi allatta i senza tetto, e non certo perché il mio corpo e l'intestino sono di vetro: io conosco il pianto delle cose .  Mi dà i nervi riconoscere il sacrificio, la spada della chiesa, il fallo ritto che dice mi pento mi pento oh padre di tutti i peccati.
Perché non v'é bellezza al sacrificio, se non nell'atto di fuoco: siamo bambini col crocifisso in tasca, convinti che l'unica forma possibile alla riconoscenza sia la compassione.
Ma io sono cattiva, Nien. Io so odiare.  So detestare le persone accucciate alle bare del resto, so odiare i padri, le madri, sperare la morte di chi ha smesso l'era del compagno, so maledire.
Per questo, forse, mi sono salvata.
C'è un fratello -e un vento- che soli potranno capire questo sputo.
E sai perché ora sto piangendo nicolien smit?Non perché sono buona e caritatevole, non perché ho la pietà facile.Ma  perché ricordo le forche puntate addosso medicine della notte, ricordo il crepuscolo e tu che dicevi sorridendo "sei davvero cara mariasole". E forse speravi scomparissi. Animale. Al carrello del farmaco e del miele del dopo cena, e speravi dimenticassi tutto e finissi poltiglia, speravi che la volpe mi abbandonasse all'albero, che alle gambe nascessero protesi, volevi la morte. Non la mia, ma la tua, nien. Ed é per questo che in questo momento le nocche piovono e piango straziata, perché tu, Nien, dolce Nien, come tutti noi, avevi la rabbia a solcare lo sterno -ma ci avevano insegnato la colpa. Il perdono. Prega cento volte e il peccato svanisce.
Io so odiare, Nien. So strappare le ali alle mosche dello sterco -e mangiare le portate di tre persone.
Mia madre il giovedì preparara il caffélatte ai disoccupati, il mercoledì segna la cartella del cancro, il giovedì aiuta i senza soldi a suonare la campana. Ma chi sta al popolo come sta al figlio, é perché del figlio ha paura.

O restiamo funerali di mosche, Nien, oppure ti prego, riprendiamoci  il colore del sangue.

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venerdì, 15 maggio 2009
 

Al passo degli alberi




Evidentemente fu morte bianca a principio.
Ieri notte guardavo ad occhi gli occhi spenti  e la mia finestra:credevo che dopo l'inverno si sarebbero spente  anche le fiamme, che il corpo avrebbe trovato il suo luogo adatto, la calma di chi si é asciugato per tornare alla sabbia. Ma non é stato così.L'ho liberato dai farmaci,dalle piccole droghe virtuali, dalla placenta, ho scavato nella domanda e cercato di far risuonare tutte le casse armoniche che mi sentivo addosso, ho pensato di scriverne e poi di tracciarne i segni su tela ma non é servito a nulla.

C'é un falegname, da queste parti, che vive il giorno tra gli alberi senza pelle e col figlio maggiore. Da piccola ci sia andava per dire Salve Signor Antonio, come  sta Brunilde? Quando ci invita alla taverna? Taverna é una parola che non s'usa più,come Brunilde : alla gente piace sempre meno stare sotto terra, mira al cielo, all'alto, stare al di sopra di tutto e lontani da tutti, all'ultimo piano dei grattacieli per guardare restando a debita distanza. Per mirare al basso, e sparare.
Quando le case dovevano crescere per accogliere i nuovi nati, scavavano il pavimento e aprivano lo spazio ingrossandolo,togliendo al vuoto il vuoto della terra. E la terra é calda, come le taverne.
Amavo molto quelle serate, ricordo una tavola lunga decine e decine di metri e una tovaglia a scacchi biancorossi, il vino imbottigliato con pompe e cannuccie che ancora non bevevo,e i posti assegnati che continuavano a slittare  per poter di volta in volta permettere ogni volto allo sguardo, sporcare ogni bicchiere,prendersi a ridere con gli adulti e accarezzare i vecchi. E poi c'era Barbara, la donna che sembrava sempre quindicenne per le sue parole mute e la pelle liscia dei pesci-e per qull'unico gesto scomposto che ripeteva cento volte a sera e che oggi, ormai a sessanta, ripete ancora quando ti guarda: con l'indice prima indica sé e poi allunga il braccio verso te che  sei l'ultimo arrivato. E se giunge il terzo, al suo filo rosso diventa triade.  Barbara, che vive intrecciando le persone.
Poi c'era Arianna con lo sguardo piccolo e le mani dappertutto, anche sotto le gonne, i capelli biondi e dritti a spaghetto, legati in fiocchi dipinti e attorcigliati alla saliva dei tempi morti. Giocavamo assieme e un po' ci prendevamo in giro e lei mi diceva: io sono down, tu sei quella normale-e poi cacciava la lingua fuori.
Non ricordo una sola portata di quelle lunghe cene, ma ho chiaro al pensiero i momenti del dopo: i grandi che se ne stavano attorno al camino spento a parlare gli uni di costruzioni  da laboratorio e  le altre di sangue  femminile, e poi arianna,mio fratello ed io che rotolavamo la notte  scavalcando le gambe di tutti fino a cadere esausti sulle diapositive. Quando ci si salutava noi già stavamo dormendo.

Oggi la falegnameria é sempre la stessa. Si entra dall'androne di santa lucia e attraversato il cortile interno ci si arriva seguendo qull'odore misto di resina e caramelle al rabarbaro -avvolte in carta opaca, ruvida, color senape. Antonio ha gli occhiali spessi, il figlio é diventato un gigante buono -e Barbara continua a disegnare legami nell'aria.
Ci sono passata  qualche giorno fa ed erano anni, mi hanno invaso con gentilezza, con meraviglia. Arianna, in verità,la incontro alla fermata dell'autobus, é stata lei a riconoscermi ed abbracciarmi. Ora mi attende ogni mattino e mi racconta dei morosi e della cooperativa delle scatole rosse,mi ha anche detto: oggi son nervosa, ho le mie intorno.Ed é bella, quest'immagine: non una parola detta piano, nascosta, un ciclo, un termine tecnico,il nervosismo del prima e del dopo,i nomignoli da pubblicità :Arianna ogni mese c'ha queste "sue cose" che "le girano intorno"  togliendole la pace. Da fuori, la punzecchiano, la tormentano, le ronzano attorno come mosche impazzite.
Mi ha raccontato che al giovedì incontra un'insegnante di liceo per "fare discussioni". Si parla di libri, di musica e di ragazzi:
A me piace scrivere un sacco,non vò mia a letto senza che scriva un poco.
Che bellezza, e che scrivi, Arianna?
Poesie.Me piase tanto Garsialorca.
Oh,un signore della parola,Lorca. E quindi t'ispiri alle sue.
Si,mi ogni volta che fa sera leggo una poesia di garsialorca qua a sinistra e a destra la copio.

E questa verità é già di per sé un sorriso, senza pretese, l'umiltà del pazzo che non ha bisogno d'invenzioni epocali né code di pavone: quanti fra noi conoscono davvero l'umiltà di ammettere che la sola arte raggiungibile da chi non ha l'estro é copiatura? Siamo l'epoca dei sovraccarichi d'artista-che non riconosce le altezze né sa zittirsi all'ascolto dei maestri. Non conta il massimo di sé, conta il massimo generico, il massimo dell'altro: io voglio essere il-meglio-di-te.
Ad Arianna piace Garcia Lorca- e in quell'atto di copiatura serale, intima, forse sa apprezzarlo cento ed una volta più di tutti quei piccoli mascherati che se ne stanno dietro l'angolo in attesa di rubarle la penna a mettere parole in scala per agganciarle alla lingua come quadretti.

Brunilde che raccontava le storie in silenzio é morta già da un po' di tempo. Gli altri sono tutti lì,a segare tavole di legno e scartare rabarbaro. Ho chiesto ad Antonio dei resti di sughero per ricominciare a dipingere e mi ha chiesto se anch'io facessi parte del collettivo artisti  "La soffitta".
No, Antonio,nessuna soffitta:io resto sotto terra. Lontana da Dio,sotto ogni casa, nella taverna di chi ha finito di mangiare. Resterò a pochi passi dalla fiamma, oltrepassata la soglia e l'aporia.
E tutto sommato,a pensarci bene, laggiù  il tempo  é meglio che fuori.