Fessure
Non esco mai quando è sabato pomeriggio. Le rare volte che l'ho fatto mi sono ritrovata l'elemento estraneo , il residuo fisso di un liquore quotidiano. Avevo scarpe da marinaio e piedi senza punte, camminavo sulle punte.
Non lo faccio per snobismo: io in centro, di sabato pomeriggio ,non so camminare. Mi sento guardata, spiata, giudicata mostrata, accerchiata-accerchiata. Come una vocale e troppe consonanti.
Tutto ha il ritmo dell'acquisto. Si comprano sorrisi, piccole parole, frasi da quattro soldi,limonate alcoliche, un vestito, le sigarette aumentate,si comprano banche caffé e menestrelli. Non si può uscire senza comprare. E si finisce col comprare tutto, anche i baci dell'amico.
Cento falli che fanno a gara del più lungo in fila all'apertura del commercio.
E allora oggi faccio della ribellione nera un fiore di loto: oggi si esce soli col sole in faccia. Mi vesto comoda e senza orpelli. Nemmeno la musica: voglio sentire i rumori,addentare tutta l'aria che c'é, voglio diventare una strada,lasciare piccole orme di fango,farmi calpestare e ascoltare la gente.E seguirò la ragazzina tredicenne che racconta dell'amore e la vecchia pazza del quarto piano che racconta all'amore dei propri tredici anni-e poi farò un salto al parco. Dove c'é Azir, con le sue quindici rose rosse oggi ricambiate per il giorno di festa.
-Come và, Azir?
-Abbastanza signora, vuoi una rosa per tuo marito?
-Non ho il marito, Azir.
-Hai il fidanzato?
-Ecco, un compagno, un ragazzo, un...
-Allora se non è fidanzato fidanzati con me, sposami.
Sorrido -Sai che hai ragione, Azir? Abbiamo troppa paura delle parole, da queste parti. Io ho un fidanzato, una chitarra, una casetta ch'era un lazzareto e un gatto troppo pesante.
-Beata te.
Me ne vado verso la prima panchina libera.Oggi ho voglia di libertà e me la prendo sedendomi accanto alla coppia di amanti da poesia francese che si scambiano piccoli umori. Non hanno borchie gialle né capelli sopra i capelli, non hanno pantaloni stretti né troppo grandi, non hanno nulla di strano eppure sono strani: hanno gli occhi come quelli dei veneziani: piccoli,stretti come fessure di donna. Forse per proteggerli dal riflesso dell'acqua.
-Noi,che abbiamo occhi grandi , é perché non siamo stati abituati alla luce-
Accendo una sigaretta, me ne chiedono una. Anzi, due. Le offro e assumo la posizione dell'attesa:vorrei mi parlassero,come ha fatto Azir. Ma io per prima non ho il coraggio della voce, li guardo, distolgo,mi guardo e mi detesto. Non so dar voce e scambio. Eppure con Azir l'ho fatto-lo facciamo tutti. Anche gli stronzi, anche quelli che Azir poi lo mandano a fanculo e lo scrivono sui muri. Eppure comunicano, tendono un filo. Forse perché Azir ha le mani libere per prenderlo.
Qui ci sto io e due maschere veneziane-e non abbiamo il coraggio di far andare le cose. Tratteniamo con uno sforzo immane. E finiamo con l'abituarci presto a questo trattenere.
Un' energia che impara l'arte della negazione appena viene messa al mondo.
Poi mi volto: Siete di qui?
E così com'é arrivata la parola arriva la risata dell'imbarazzo: scoppio a ridere. Convulsa. Ora mi sento un'imbecille,risento addosso stampato sulla pelle quello stesso residuo fisso di cui avevo cercato di sbarazzarmi all'uscita-e però questa è un'imbecillità che paga. Una bellezza idiota. E non so come, ma cominciano a ridere anche loro.
Siamo tre nudità imbecilli - di questo tempo- che ridono a crepapelle. E sappiamo benissimo perché.