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Fino ad oggi hanno attraversato lo specchio *loading* passanti

© Elos 2004/2008. Tutto il materiale qui pubblicato è proprietà intellettuale dell autore. Come tale non può essere riprodotto, tutto o in parte, senza preventivo consenso dell autore stesso.



sabato, 28 marzo 2009
 


Lo scarto


Vedo uomini ridere
colla bocca
piena di foglie.
Là,dove i sempreverdi
non hanno più radice,
é già un'eco
l'autunno.
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giovedì, 26 marzo 2009
 

Assault



Oggi è la musica del crepuscolo a segnare il mio tratto, la macchia della sera ha perso di consistenza-e piove, come se l'acqua avesse perduto il nome. 
E ridano  pure forte, i vecchi,sotto le scale delle piazze,mi guardino pure  a scavare tutti i padri che ho dentro, e le mani, e il sesso profondo. Perché io non ho fratelli.Io non ho mani, né buchi.
La guerra mi ha portato via il nome. Se lo sono venuti a prendere i cecchini mentre pranzavamo con le nostre teste chine e non avevamo forchette con cui infilzare, puzzavano di petrolio,i codardi!

E oggi che ancora non so mangiare,senza un nome con cui presentarmi alla gente,mi chiedo dove sia finito l'intento.
Nel sogno alla congrega degli psichiatri socialisti ce n'era uno che tra tutti era l'indovino perfetto. Si alza, avanza ai fornelli e prepara l'ultima cena.
Sediamoci al banchetto, bambini, sediamoci per nome. Buttiamo giù. Ingoia. Non sputare. Premi il fondo, macina tutte le porzioni.

Ché i gendarmi hanno il palato fine.
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lunedì, 23 marzo 2009
 






Cibo


E' la gente per bene
che suda  un lieve accenno
sul mio piatto.
La mia portata sporca,
il vuoto che ho portato
a silenzio.

Se solo avessi avuto un corpo
convesso,
non avrei saputo
questa mia cenere,
Ma ho cavità
dove tu non avevi mancanze
- perché ciò che sputo
a giorni alterni
dal mattino al confine del buio,
di tavola in tavola,
é solo il resto
di ciò che non é mai stato.
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domenica, 08 marzo 2009
 

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Fessure 




Non esco mai quando è sabato pomeriggio. Le rare volte che l'ho fatto mi sono ritrovata l'elemento estraneo , il residuo fisso di un  liquore quotidiano. Avevo scarpe da marinaio e piedi senza punte, camminavo sulle punte.
Non lo faccio per snobismo: io in centro, di sabato pomeriggio ,non so camminare. Mi sento guardata, spiata, giudicata mostrata, accerchiata-accerchiata. Come una vocale e troppe consonanti.
Tutto ha il ritmo dell'acquisto. Si comprano sorrisi, piccole parole, frasi da quattro soldi,limonate alcoliche, un vestito, le sigarette aumentate,si comprano banche caffé e menestrelli. Non si può uscire senza comprare. E si finisce col comprare tutto, anche i baci dell'amico.
Cento falli che fanno a gara del più lungo in fila all'apertura del commercio.
E allora oggi faccio della ribellione nera un fiore di loto: oggi si esce soli col sole in faccia. Mi vesto comoda e senza orpelli. Nemmeno la musica: voglio sentire i rumori,addentare tutta l'aria che c'é, voglio diventare una strada,lasciare piccole orme di fango,farmi calpestare e ascoltare la gente.E seguirò la ragazzina tredicenne che racconta dell'amore e la vecchia pazza del quarto piano che racconta all'amore dei propri tredici anni-e poi farò un salto al parco. Dove c'é Azir, con le sue quindici rose rosse oggi ricambiate per il giorno di festa.
-Come và, Azir?
-Abbastanza signora, vuoi una rosa per tuo marito?
-Non ho il marito, Azir.
-Hai il fidanzato?
-Ecco, un compagno, un ragazzo, un...
-Allora se non è fidanzato fidanzati con me, sposami.
Sorrido  -Sai che hai ragione, Azir? Abbiamo  troppa paura delle parole, da queste parti. Io ho un fidanzato, una chitarra, una casetta ch'era un lazzareto e un gatto troppo pesante.
-Beata te.

Me ne vado verso la prima panchina libera.Oggi ho voglia di libertà e me la prendo sedendomi accanto alla coppia di amanti da poesia francese che si scambiano piccoli umori. Non hanno borchie gialle né capelli sopra i capelli, non hanno pantaloni stretti né troppo grandi, non hanno nulla di strano eppure  sono strani: hanno gli occhi come quelli dei veneziani: piccoli,stretti come fessure di donna. Forse per proteggerli dal riflesso dell'acqua.

-Noi,che abbiamo occhi grandi , é perché non siamo stati abituati alla luce-

Accendo una sigaretta, me ne chiedono una. Anzi, due. Le offro e assumo la posizione dell'attesa:vorrei mi parlassero,come ha fatto Azir. Ma io per prima non ho il coraggio della voce, li guardo, distolgo,mi guardo e mi detesto. Non so dar voce e scambio. Eppure con Azir l'ho fatto-lo facciamo tutti. Anche gli stronzi, anche quelli che Azir poi lo mandano a fanculo e lo scrivono sui muri. Eppure comunicano, tendono un filo. Forse perché Azir ha le mani libere per prenderlo.
Qui ci sto io e due maschere veneziane-e non abbiamo il coraggio di far andare le cose. Tratteniamo con uno sforzo immane. E finiamo con l'abituarci presto a questo trattenere.
Un' energia che impara l'arte della negazione appena viene messa al mondo.
Poi mi volto: Siete di qui?
E così com'é arrivata la parola arriva la risata dell'imbarazzo: scoppio a ridere. Convulsa. Ora mi sento un'imbecille,risento addosso stampato sulla pelle quello stesso residuo fisso di cui avevo cercato di sbarazzarmi all'uscita-e però  questa è un'imbecillità che paga. Una bellezza idiota. E non so come, ma cominciano a ridere anche loro.

Siamo tre  nudità imbecilli - di questo tempo-  che ridono a crepapelle. E sappiamo benissimo perché.