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mercoledì, 29 settembre 2004
Avevamo tutti una madre da far com-baciare, al primo tempo dei fatti. Lei stava piena all'attesa dello sgorgo. Lui già calvo, più rigido di qualche centimetro e già non c'era. Poi si tagliano i bulbi, si finge di non aver visto, ci si pena. - come posso , io che ho undici anni, aprire la prta giusta del bagno? Evitare la paralisi, farmi cornice? Ho due mani morte, freno, il liquore alla bocca, a destra les hommes a sinistra les femmes. ma si era bimbi come gli angoli acuti stanno ai compassi- oggi ho strillato, nel cuore del giorno. Così, per un improvviso che temo sempre e ancora mi guarda e non si fa vedere- Si amano i padri per un tradimento inverato, la madre che osserva e nel dolce impreca: "se vorrai prendere il mio posto, piccola, io prenderò il tuo- sarò l'ultima tua musica e la prima pagina, la lingua, sarò l'amica desiderata, le dieci ciglia che stanno dietro ,sarò la tua strada, quando ti taglierò le gambe, sarai la donna senz'utero, quello è mio e me lo tengo, il seme del nutrimento al ricordo lo afferro saldo e lo fisso. Ti aprirò i cassetti, saranno i miei nervi, ti renderò cava a protegger-mi, mi sarai compagna perchè sarai la sua, piccola." Come posso lottare al fianco di entrambi? Restarvi fedele senza tradimento? Sarò donna e non potrò dirlo, nè mostrarlo, nè sputarlo. Poi arriva un fratello alle spalle ed è nudo al coltello. Si ride per una ciocca strappata, ma era la mia, questo lo sai, tu che la conservi ancora fra i tuoi calcoli? Fumo. Per quello che verrà dopo ho sognato un treno e uno sproposito. La perdita, una donna gialla e grossa che diceva retta: l'abbiamo già deciso, quando spogliarti.Chi ha detto che sia tua, la testa? Allora fuggo verso l'ultimo vagone, è un giardino e i campi ballano come ballerò anch'io appena dopo la p.resa. Distendo le dita, guardo Nien e la vecchia cara volpe e ci si fa spalle contro spalle per un suono di sax. Se tiri le braccia e le gambe cambia nota. Fingerò l'ennesimo smarrimento, Tu dì loro che ho perso il tempo e la fermata. Se non ci crederanno, allora avranno finalmente orecchie giuste.
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sabato, 25 settembre 2004
Il settimo grido non ha forma nè sapienza, dilaga il destrogiro, la polarizzazione corrente: "l'informare" che mette in forma, plasma, storpia, s-forma <la faccia che da l'ossa la pelle s'informava> e con Dante i denti degli Alti. Gli idrocarburi, gli stessi alla luce gli stessi che dilagano la notte. Sono ancora al primo canovaccio, ma osservo.Niente resa, però.
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venerdì, 24 settembre 2004
Simo in tanti, qualcosa si potrà pur farla, no?
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martedì, 21 settembre 2004
L'inversione del mio attingere chiede una tregua. E' dai sacchi vuoti, forse, che ci si può saziare le mani? O non già le mani ma l'occhio che dal nero ricava e pressa? Non ho oggetti, nè simulacri, nè altari da soffrire. Non ci sono morsetti nè colle o pagine finte o consumi a placcare. Sono un cordone alla membrana im-potente, la superficie oleosa che muta la emme in enne e la rende in-potenza. Si ricrea. Mi ricreo. A girare a tre quarti è l'acrobata sul filo spezzato che gioca l'ultima mano,a ruotare a sessanta si sonda la nuca. Ma non so niente. Nessuna pretesa nè coscienza : è troppa e si disgrega, la perdo come le cornici vuote, i pezzi dritti delle tue nocche callose. Non so niente, nè concoscenza, nè visioni, nè guadagni ma un calice libero al talvolo della scienza. L'osservo in attesa, trascino fino a stancare, non c'è vino e mi sputo, bevo sino al consumo: non ho braccia lunghe alle uscite ma abbastanza flessibili agli ingressi: "mi arrivo", nel Plafond ch'è il mio punto di fuga, l'angolo acuto del mio retro-scena. E adesso ho un intruso al mignolo che si gode la sua forma protetta e ricurva, è solo da lì che il suo riso può prendere la rincorsa, pulisce il nascondiglio di sotto a palmo torto e teso, indica la beffa e prega - i bimbi della prima, dietro i cortili della scuola, sfrecciavano come saette. Li ricordo bene - Ecco la mia lettera cava, la sola che si possa stuccare prima del sopruso, il pozzo ricreato pochi istanti prima della perdita: guardo dall'alto e sono l'unico zero, l'angoscia che sale, io scendo. Precipito senza ventose: se non ho setole userò le dita, se non ho sapienza, studi, nervi, strutture e suture ruberò dalla sfera del sonno. E' vero, nonno : ho il ventre povero e il pavimento allagato. Oggi è straripato il lavabo. Poi, sono partita. Ricordo uno spettacolo senza luci nè tinte a notte dell'inverno 2002. Il borbottio alle spalle e lo schermo ancora acceso: una prigione. Celle isolate, la camera che salta lenta a destra e poi a sinistra coi due uomini sul dorso. Forse tre. Passavano sigarette e steli alle pareti - e che sia un sogno sfalsato o l'odore di Pasolini alle narici poco importa: se voi conoscete datemi un fiato ma non un perchè. Il foro al muro, il vedere senz'occhi, l'amore trasversale, il liquore diffuso, retto il nero sul bianco, la guardia e quella duplice, piccola, petite mort. Prendo fiato. Il sacco è vuoto, la vista flebile e delusa, dilato a rivelare.Spalanco la fronte e aspiro. Semmai imponessi alle tempie d'ignorare la tempesta, se mi alzassi dalle tombe al giardino a cercare la norma, io lo so, avrei calici rossi ma bocca asciutta. Nè saliva, nè lutti, nè viscere, nè voci.
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lunedì, 20 settembre 2004

At the same Time
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mercoledì, 15 settembre 2004
Il vetro è sempre il solito, la posizione ritrovata di ogni dove, scheletro, carne, pelle in avvertimento mutabile. Un filo che congiunge resta, è l'inchiostro dell'unghia che si finge votata all'ontismo. Nulla di più falso. Osservo il riflesso capovolto e riscopro l'impossibilità di afferrarmi tutta insieme, fisso un occhio,un piede, una mano, m'illudo nel doppio ma è sempre supposto. Son già io quell'occhio, piede sinistro-le pauvre-, quell'orecchio sordo, la mano? Quale la mia parte viva? Quale la mia parte a sostegno del pensiero? Si scartino i doppi, i vantaggi sui secondi non possono darsi, si scartino i seni, i segni, le dita, le ovaie, piedi e gambe. Restano i tre rojo scuro: una bocca, un cuore alto, una basso ventre umido. A quale terzo luogo è necessaria la mia concentrazione alla presa? Muovo la bocca e il ridicolo mi assale. Ad ascoltarne il canto e guardarla voce chiara si de-frammenta in cento sillabe claudicanti, goffe e stanche. Sformate.Abbruttite.Ed è la stessa propfezia cosciente a renderle così. Si autoadempie. Ma se così non fosse? Il secondo cuore non lo vedo. Batte solo quando pensato. "Ho il cuore in gola" ,sfiato. Niente più che accorgersi di pensarsi cuore. Pensarlo e sentirlo. A sette anni lo credevo contrario, al mio controllo e in esso lo costringevo. "batte solo perchè lo voglio" Così d'improvviso, nell'imprevisto di un vuoto, si perde l'esterno, si ferma un mondo, ti percepisci pelle. Sento la mano e la sento troppo. Divento mano.Non la vedo più, mi vedo. "Mamma, ho la faccia, mi da tanto fastidio, non la sopporto più" "Cosa significa?Prude?" "No" "é gonfia?" "No" "Ti senti la febbre?" "No, mamma. E' che me la sento troppo. Tagliami la faccia, mamma" Nell'autopercezione coatta la deformità si fa costante e in agguato. In perenne mut(ila)azione, nessun controllo possibile, mi stanno fottendo, se oggi non sono io forse lo sono e non voglio essere, se domani sarò al giusto posto a scapito delle percezioni a tutto senso, chi mai potrà dire che non sia già io ad aver mutato una visione o non il mio terzo occhio ad essere chiuso e ubriaco? Ce n'è un quarto, ed è ancora vergine.
"Io non sono così!". L'urlo. E in quel paradosso del qui ed ora che è per necessità, disperata arriva la preghiera all'accettazione. Io/non/sono/così ma così ti sto parlando, non credere a ciò che senti ma dà per vero il mio implorare. Dunque sono così eppure ti chiedo, t'imploro la percezione della mia possibilità più alta, la carne migliore . Nel pregarti chiedo l'attenzione al frammento e mi tormenta la coscienza di quella stessa scissione, voglio mostrarti un tutto, mostrarmelo, ma ti chiedo di non guardarlo. Cambio l'Essere in un verbo dimostrabile. Arrivo a fare, dire, scrivere, bevo. Perdo l'io senza attributo, poi lo rintraccio nel dopo annebbiamento e riprendo il circolo. "mamma, se fossimo tutti daltonici al mondo, com'è che si capirebbe?" "mamma, può essere che io vedo le persone come tu vedi i coccodrilli?" "piantala, elos" "secondo me si" Come al primo tempo Les Printemps mi affaticano gli occhi. Ho un tabulato infinito nel luogo del cervello più scuro, il miele stupido che mi colo addosso è una palpebra a render ciechi. Hai gli occhi agli occhiali, Signor Preedy. Cammini al deserto come profeta e venditore di-vino, spacci liquori per verità e sei solo un coglione, signor Preedy. Di dio. Signor Preedy. La verità fatta oggetto, atona,a-t-o-m-a, è già tornata, Signor Preedy. Se solo avessi mani per mordere. Stavo per ingoiare /coi segni ad esibire/ un nuovo sale e il gioco/ sulla piana linguare/ al tempo retto /delle tue braccia la stima/ e poi nel verso /che non c'è verso al cospetto/ Puntarmi alla testa /il chiodo del muro /e cruda eviscerata/ lasciarti il vuoto alla presa./ Stavo per ingoiare/ coi matti alla deriva /un'ombra sola l'oggetto / e poi nel poco /prima venire /solo dopo la resa.
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domenica, 12 settembre 2004
Un cartone del latte, un prete, una donna sul cesso. "Lunch of vertical incisions" sull' l'etichetta contraria, la lettura veloce, un passo al contrario e poi la decisione: assaggerò senza deglutire, detto fatto. Il pasto delle incisioni verticali, l'apparenza, il dopo: l'incisione verticale, il pasto. Sputo e butto in faccia al prete. Guardo ai bagni e chiedo ai commensali d'aspettare, corro a velocità rallentata com'è giusto al sogno, mi fermo. Quattro porte : una chiusa, la seconda spalancata, la terza socchiusa, una non so. LA donna dalla o grande si è fatta stretta, aveva gambe spinose e punte dei piedi puntate,la testa nera protesa alla tazza , non era vino ma sangue, sissignore, vomita sangue, quella donna, credimi! Mi fermo, la guardo, un ri-passo al prete fermo e poi ascolto. "Mi sta uscendo il peccato" "Vomiti sangue, è solo quello, ora chiamo qualcuno" "Non farlo, ti prego prego te ti prego prego te non farlo, guarda, ti prego, guarda ti prego, guarda ti prego" Mi avvicino al terrore, ce l'ho a pochi istanti di cortesia ed è una donna morta e sta per vivere, ha capelli grassi di petrolio, occhiaie enormi, sangue alla bocca, le unghie sporche. Guardo. E dentro al fosso putrido sta il vomito di sangue, schizzi ovunque, un addensamento più grosso. "è il mio peccato,quello, perdonami" "non c'era bisogno lo vomitassi" "dovevo, è il mio peccato, il morbo di sangue. forse serve un prete" "gli ho sputato il pasto in faccia. stava scritto all'etichetta.il pasto." "perchè sei qui, allora?" "dovevo pisciare" "pisciami, dunque". Sbarro l'occhio al centro, ho una paura ch'è rabbia ed è terrore ed è rabbia ed è schifo ed è impotenza. Ed è comodo. LA seconda porta. Seconda donna. Seconda scena. Stessa seconda, stessa terza. La quarta rinuncio, rubo il cartone del latte, l'etichetta, inciampo il prete, vecchio e sordo.E non rido.
Stiamo solo cercando l'utlima approvazione,l'assalto al cornicione, la finestra applaudita, nessun'azione, il passivo che incombe. E' comodo, signori, ditemelo voi, che ho pochi soldi ma udito nervoso. Una cicatrice. La mia, la loro, la vostra. E' comoda. Il problema della visione telescopica :E' tutto comodo, il pianto, il teso, il mobile, il macabro. E' tutto comodo: il canale orizzontale, il gesto verticale, il si, il no,il guardare fuori, l'occhio dentro, il vile, il coraggioso, è tutto comodo, il prete ,la preghiera, dio è comodo. Ho un teppeto e blatero, è comodo, ho una conca ai piedi, è comoda, ho due scarpe, la colpa, il senso, la stima, la rabbia, il grido, la pelle, l'intatto, la soglia, le donne appese, la testa. E' comodo. Parlano d'altri, è comodo. Hanno gli occhi ribaltati all'indietro, è comodo. Ho un fiato appena, la sorte, il sortilegio, le squame, il delitto, i bimbi, la lama, la forca,il vino. E' comodo. Ti mostro, mi mostro, i mostri, il contratto, i sarcasmi, la logica , il prendersi,lasciarsi, lavarsi, l'innocenza, la perfidia,il mio non corpo, il tuo corpo, l'esca, la definizione,la questione. E' comodo. I ragni mangiati, la scritta sul muro, l'a debole, la donna grande, la ragione, la voce ai piedi, la bomba, la strage, la pena, il sole. E' comodo. La sfera, la crosta, la stronza, il somaro, la pecca, i nota bene , i ricorda,i rammenta, i domentica, la rivista testata, la testa, il giornale. E' comodo. Sono ubriaca. E' comodo.Scrivere ai morti, i forums di tre giorni,i links solo adesso, la difesa solo adesso, le stronzate, i pianti solo adesso, la paura solo adesso, il pietismo solo adesso, compassione solo adesso, poverette solo adesso, i bambini solo adesso, la giustizia solo adesso, i lumini, le finestre, il tg, la fede, gli occhi le orecchie solo adesso. E' comodo. Le cravatte, la separazione, l'unione, la sposa, lo stupro, l'originale, la definizione, il bianco è comodo.Il lutto è comodo. Il minuto di silenzio è comodo. La maschera, il doppio, il triplo, lo specchio e nessuno, la gara, la coppa, non ci pensiamo, telecomando, novella, ripresa. Vomito, è comodo. Mi fa schifo, è comodo. Ho una piaga alla lingua per non parlare. E' comodo. Poi vengono le stanze, cinque al posto della bocca, il porto, la schiuma, la mano morta, la testa in mano e un sogno. Guardo fuori: ed è comodo.Ora però basta, basta a me per prima.Che il dito contro é una pallottola spuntata alla nostra testa.E' comoda.Respiro, chino il capo al sole, sorrido. E mi alzo.
Ieri notte sono giunte due voci chiare a tradimento meraviglioso. Je vous aime, frères.
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venerdì, 10 settembre 2004
INGIUNZIONE
(di Antonin Artaud)
Del corpo attraverso il corpo con il corpo dal corpo e fino al corpo. La vita, l'anima non nascono che dopo. Non nasceranno piu'. Tra il corpo e il corpo non c'e' nulla ... Un corpo, niente spirito, niente anima, niente cuore, niente famiglia, niente famiglie d'esseri, niente legioni, niente confraternite, niente partecipazione, niente comunione dei santi, niente angeli, niente esseri, nessuna dialettica, nessuna logica, nessuna sillogistica, nessuna ontologia,nessuna regola, nessun regolamento, nessuna legge, nessun universo, nessuna concezione, nessuna nozione, niente concetti, niente lingua, niente ugola,niente glottide, niente ghiandole, niente corpi tiroidei, nessun organo,niente nervi, niente vene, niente ossa, niente fango, niente cervello,niente midollo, nessuna sessualita' ,nessun cristo, niente croce, nessuna tomba, niente resurrezioni, niente morte, niente inconscio, niente subconscio, niente sonno, niente sogni, nessuna razza, nessun genere maschile o femminile, nessuna facolta', nessun principio, nessun atto, nessun fatto. Nessun avvenire, nessun infinito, nessun problema, nessuna questione, nessuna soluzione, niente cosmo, niente genesi, nessuna credenza, nessuna fede, nessun'idea, nessuna unita'. Niente anarchia, niente borghesia, niente partiti, niente classe, niente rivoluzione, niente comunismo, la Rivoluzione, l'anarchia, la notte, la logomachia, lo ketenor dui / bezui buibela / orbubela/ topeltra, niente analisi, niente sintesi, niente "di dentro", niente riserve, niente essudato, niente sudore, niente ispirazione, niente sospiri, nessun ghetto, nessuna irradiazione, nessuna fisiologia, nessuna classe, nessuna lotta di classe, la Rivoluzione... Io rinnego il battesimo, la patria, la scienza, il verbo, la letteratura, i rituali, la liturgia, le esperienze, la pedagogia,l'insegnamento, la legge, le leggi, la prova, la salvezza. Non credo al valore della salvezza. Non rinnego la poesia, la musica, la pittura, il teatro, la danza, il canto, la muratura, la falegnameria, l'arte dei fabbro, il lavoro, lo sforzo, il dolore, i fatti, le prove. Non voglio piu' vedere i corpi degli uomini mutilarsi nelle guerre e nei massacri, non voglio piu' vedere corpi di esseri umani imprigionati nei feretri.
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mercoledì, 08 settembre 2004
Piango. E non ho nemmeno le palle per fingere di non sentirmi sola. Solo due mani per ammetterlo, secche , troppo gialle alla stagione e nodose a continuare.
Elemosino.
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lunedì, 06 settembre 2004
Il morbo che m'e' stato urlato stanco, ha il catalogo del dubbio e piscia e intasa il pozzo.
Non saranno forse il sacro, ne il mostro, ne il giudice imbecille, i cani e i denti e i porci ad avere un pasto al giorno Caldo e non d'ustione.
Ma il fondo mio, la bocca arresa, apre e serra all'indice infelice la Penna,per un potere reso fallo e poi fallito, dal vetro aguzzo all'agguzzino. La marcia, la carne di un giorno, la consumazione corrotta che tu dicevi: pare come quelle che no, non lo sara' mai,figurati e' nostra figlia
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domenica, 05 settembre 2004
Ieri sera l'architettura era piena e poco illuminata. Sul palco, sette bocche ad ondeggiare come le donne di Venezia. Si strusciavano sui piccoli animali nudi, un pubblico che non c'era, la carne affumicata, l'odore di fritto sopra i trenta e le panche vuote. Come loro, come me. Ci sono luoghi in cui la gente parla troppo e sembra abbia solo le scarpe del lunedi' , ce ne stanno altri in cui la domenica brutale dell'intenzione si da forma solo nella forma del silenzio. E in quella, subdola, si s-forma. Aspettavano, non so cosa di preciso; forse la mia solita caduta, la sorda rimbalzata, o le mie risate a denti piccoli (non stretti- mi sarebbe impossibile- piccoli ,e' la natura al rovescio del sole), o la mia gola. Invece era una lingua ,la terza, chiesta a condivisione forse solo per potersi dire respinta.Poi la fuga, la strada chiara, le mani piu' rigide di un muro. E dal finestrino del ritorno , quando ho visto una di quelle grosse fabbriche a cui i camions si attaccano come figli alle mammelle, ho pensato che nonostante l'odore di zolfo, l'interruzione brusca del paesaggio e il grigio fumo dei tetti, nonostante tutto, quella fosse l'unica visione romantica della giornata.
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giovedì, 02 settembre 2004
Il tempo dell’origine si è fatto distante. Vacillo come le spose ai primi gradini e nemmeno so più come si fa a guardare. Che ne so, io, delle strade francesi, dei templi, dei volti dei ragni? Che ne so, io, rotta ad un osso evirata alla testa ,della sete di mare, dei tiranni, dei guerrieri , dei suoni alla deriva? Che ne so, io, della guerra dei vecchi e dei bimbi, dei pieni vuoti, della differenza a testa in giù, del sorpasso? Della condivisione dialogica, io, che al bosco cercavo il ramo più alto degli alti ,a sfuggire da chi mi ha detto: per un silenzio ti abbono una vita, non e mezzo ma a metà. Che anziché alzarmi sulle punte e sempre più, ho rotto i tacchi da bimba e strappato un lembo alla volta per non sentire.Ridicola. Questo sento, questo sono, il mio seno tormentato da mani grandi, il mio seno preso a pugni, i miei, per ingoiare l’implicito e sputare un serpente. Ridicola, questo sono. No, non ho più sete, né polvere nuova sulle braccia. Oggi è il mozzicone spento a ricordarmi di una vita. E quanto vorrei, salir laggiù a spengere i fuochi, salire, non scendere, avere dieci occhi al posto del fiato, riuscire almeno oggi a dir ciò che va detto, del mondo e dei mondi. Ma mangiare da soli è mangiarsi, hai detto una sera, tu che avevi preso il posto del signor C. Le sue lenzuola blu e la paura di un dolore riaperto alla cattura. Sai dove vorrei essere, adesso , Ombra bianca dalla testa a croce? Vorrei essere a quattro mani ,dietro alle tende della sala, girare in vortice attorcigliata fino ai capelli che salgono e le punte puntate dei sandali fino al piccolo grido. E poi, almeno per una volta, che arrivasse qualcuno a cercarmi.
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