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martedì, 23 giugno 2009
Reticoli
L'immagine é : un condominio affollato, prigioni blindate come celle di clausura e un buco sottile sul muro di ogni stanza. Per ogni stanza un uomo. Per ogni buco una cannuccia disinfettata ad ogni respiro da cui bere e sputare la saliva dell'altro. Di centottanta perlopiù sconosciuti. Succhiarne la bava e gli umori, cercare anche, a volte, di spiargli dal buco la gola e i denti marci, magari anche la traccia sporca lasciata dal succhiatore precedente. E poi sedersi, al centro della stanza a sfregarsi le mani fino a farle schizzare sangue.
Ed ecco affacciato questo bisogno- svuotato di senso proprio- di trattenere ogni filo. Diramazioni come tele di ragno che nascono al palmo della mano e spingono l'esterno a toccare miriadi di punti. Vuoti.
Perché l'idea generale non é quella di arrivare all'Altro, di toccarlo, di comunicare in un terreno unificato,che sa penetrare e lasciarsi perforare: al contrario lo scopo finale é la cristallizzazione della propria presenza nel vuoto dell'altro. Esserci in quanto traccia morta depositata sul corpo di chi sta al capo opposto della tensione,sul filo dell'altro.
Siamo i disperati della falsa comunicazione,della testimonianza in diretta: devo dirti ogni istante,lasciare segno per ogni singola imperfezione e sapere che tu,a distanza (a debita distanza, là, dove io ti ripongo), puoi fare la stessa cosa. Basta un messaggio,una chiamata breve. Sono in contatto con tutti,posso tutti e tanto più chi non c'é: all'autobus, fermi ad attendere, quindici persone senza volto comunicano con quindci assenti. Tra loro, neppure una parola.
Perché questa necessità? Perché questa smania di intrecciare reti a maglie fitte restando però a guardare solo dall'esterno? Innanzitutto é una questione di controllo: avendo perduto me stesso o non essendo mai riuscito ad avermi,l'alternativa più semplice é quella di possedere un controllo anche blando, anche irrilevante su un reticolo sempre più numeroso di altri esseri umani, nell'illusione e nel conforto di avere finalmente la situazione in pugno -e i pugni chiusi alla situazione. L'Altro come manifestazione frammentata dell'Io,un me stesso esteso, frastagliato e incontrollabile -come io stesso sono- e che però mi evita di precipitare nell'angoscia di quella perdita iniziale. Io sono ingovernabile, gli altri anche. Ma almeno, sono gli altri.
In secondo luogo é una questione di comodità. Nel corso di un'esitenza riusciamo a gestire rapporti veri,intensi,empatici, duraturi, liquidi ed evolutivi con un numero ridotto di persone: due, quattro, una decina forse, non di più. L'affetto non é smisurato, è sformato, forse, é disordinato,altalentate, ma non illimitato.
Tessere rapporti e restare intrecciati a cento, duecento,trecentottanasette persone é umanamente impossibile vivendo a fondo e col proprio fondo ognuna di queste. E' però possibile fare un salto nemmeno tanto pindarico che anziché avvicinarci a solo un gruppo selezionato con una scelta d'amore, ci allontana da tutti. Un salto all'indietro, nel Vuoto, per essere ovunque e contemporaneamente distante da tutto avendo però su quel tutto gli occhi ben aperti, vigili. Come il salto nel vuoto di chi ha preparato il proprio suicidio con impalcature ad inchiostro: andandomene, da un lato mi sottraggo dall'impotenza e dall'impossibilità di scendere in campo, dall'altro ottengo che sia quel campo a venire a me, restandomi indissolubilmente legato in quell'istante unico: nel momento in cui ci sono per tutti-e resterò inciso come cicatrice sulla pelle di ogni maledetto.
Da qualche giorno ho gettato a mare uno di quegli aggeggi che servono a spargere bave di ragno per le belle ragnatele.Gettato per falso errore nel cartone delle pizze, tra croste e scarti bruciati. E se un tempo passavo giorni interi a (trat)tenere salde tutte le maglie come fosse cibo e disfarmi invece del cibo vero, oggi ho un desiderio che scuote e parte contrario: riuscire a masticare la cena fino all'ultimo boccone e gettare nel cesso i resti di un tempo malandato,di un'epoca di disperati che non sanno più far l'amore se non a quattro e che per masturbarsi hanno bisogno di impiccarsi. E poi tornare a giocare in strada.
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sabato, 13 giugno 2009
Luglio, Agosto, Settembre (NERO)
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sabato, 30 maggio 2009
Suture
Navigo il cerchio e penso ai tempi morti della morte di Nicolien. Nicolien pelle chiara e tre lingue sui capelli, Nicolien che si aggrappava al lenzuolo e fingeva e fingeva e fingeva tutte le sue sere la leggerezza degli angeli. Ci credevamo pure.Discutevamo ore ed ore dei carnefici e di chi ci avrebbe piantato le ossa alla gola. Eravamo le buone, le malate del villaggio che camminava avanti e indietro, eravamo le sante, eravamo i piccoli sacrifici di famiglia.
Nicolien, io sono cattiva. Io so odiare, Nicolien. Non é vero che non farei del male ad una mosca: ricordi flicr, la mosca addomesticata di Villa Margherita? Tu forse no, tu che ora stai tra i bimbi pelle ossa a curare il loro lato, ma io sarei stata capace di ucciderla, la mosca addomesticata. Col pensiero posso tutto, odiare, smembrare,dimenticare, scopare, mangiare budella, vomitare tremiti.
E' rabbia. Ti guardo in viso, le foto che mi hai mandato per copia incollla a tutti noi che ci premevamo la bruttezza sulle tempie e il sangue al tempo -e non mi dai gioia. Affatto. Mi da' ai nervi, vedere l'occhio triste che per redimersi allatta i senza tetto, e non certo perché il mio corpo e l'intestino sono di vetro: io conosco il pianto delle cose . Mi dà i nervi riconoscere il sacrificio, la spada della chiesa, il fallo ritto che dice mi pento mi pento oh padre di tutti i peccati.
Perché non v'é bellezza al sacrificio, se non nell'atto di fuoco: siamo bambini col crocifisso in tasca, convinti che l'unica forma possibile alla riconoscenza sia la compassione.
Ma io sono cattiva, Nien. Io so odiare. So detestare le persone accucciate alle bare del resto, so odiare i padri, le madri, sperare la morte di chi ha smesso l'era del compagno, so maledire.
Per questo, forse, mi sono salvata.
C'è un fratello -e un vento- che soli potranno capire questo sputo.
E sai perché ora sto piangendo nicolien smit?Non perché sono buona e caritatevole, non perché ho la pietà facile.Ma perché ricordo le forche puntate addosso medicine della notte, ricordo il crepuscolo e tu che dicevi sorridendo "sei davvero cara mariasole". E forse speravi scomparissi. Animale. Al carrello del farmaco e del miele del dopo cena, e speravi dimenticassi tutto e finissi poltiglia, speravi che la volpe mi abbandonasse all'albero, che alle gambe nascessero protesi, volevi la morte. Non la mia, ma la tua, nien. Ed é per questo che in questo momento le nocche piovono e piango straziata, perché tu, Nien, dolce Nien, come tutti noi, avevi la rabbia a solcare lo sterno -ma ci avevano insegnato la colpa. Il perdono. Prega cento volte e il peccato svanisce.
Io so odiare, Nien. So strappare le ali alle mosche dello sterco -e mangiare le portate di tre persone.
Mia madre il giovedì preparara il caffélatte ai disoccupati, il mercoledì segna la cartella del cancro, il giovedì aiuta i senza soldi a suonare la campana. Ma chi sta al popolo come sta al figlio, é perché del figlio ha paura.
O restiamo funerali di mosche, Nien, oppure ti prego, riprendiamoci il colore del sangue.
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venerdì, 15 maggio 2009
Al passo degli alberi
Evidentemente fu morte bianca a principio.
Ieri notte guardavo ad occhi gli occhi spenti e la mia finestra:credevo che dopo l'inverno si sarebbero spente anche le fiamme, che il corpo avrebbe trovato il suo luogo adatto, la calma di chi si é asciugato per tornare alla sabbia. Ma non é stato così.L'ho liberato dai farmaci,dalle piccole droghe virtuali, dalla placenta, ho scavato nella domanda e cercato di far risuonare tutte le casse armoniche che mi sentivo addosso, ho pensato di scriverne e poi di tracciarne i segni su tela ma non é servito a nulla.
C'é un falegname, da queste parti, che vive il giorno tra gli alberi senza pelle e col figlio maggiore. Da piccola ci sia andava per dire Salve Signor Antonio, come sta Brunilde? Quando ci invita alla taverna? Taverna é una parola che non s'usa più,come Brunilde : alla gente piace sempre meno stare sotto terra, mira al cielo, all'alto, stare al di sopra di tutto e lontani da tutti, all'ultimo piano dei grattacieli per guardare restando a debita distanza. Per mirare al basso, e sparare.
Quando le case dovevano crescere per accogliere i nuovi nati, scavavano il pavimento e aprivano lo spazio ingrossandolo,togliendo al vuoto il vuoto della terra. E la terra é calda, come le taverne.
Amavo molto quelle serate, ricordo una tavola lunga decine e decine di metri e una tovaglia a scacchi biancorossi, il vino imbottigliato con pompe e cannuccie che ancora non bevevo,e i posti assegnati che continuavano a slittare per poter di volta in volta permettere ogni volto allo sguardo, sporcare ogni bicchiere,prendersi a ridere con gli adulti e accarezzare i vecchi. E poi c'era Barbara, la donna che sembrava sempre quindicenne per le sue parole mute e la pelle liscia dei pesci-e per qull'unico gesto scomposto che ripeteva cento volte a sera e che oggi, ormai a sessanta, ripete ancora quando ti guarda: con l'indice prima indica sé e poi allunga il braccio verso te che sei l'ultimo arrivato. E se giunge il terzo, al suo filo rosso diventa triade. Barbara, che vive intrecciando le persone.
Poi c'era Arianna con lo sguardo piccolo e le mani dappertutto, anche sotto le gonne, i capelli biondi e dritti a spaghetto, legati in fiocchi dipinti e attorcigliati alla saliva dei tempi morti. Giocavamo assieme e un po' ci prendevamo in giro e lei mi diceva: io sono down, tu sei quella normale-e poi cacciava la lingua fuori.
Non ricordo una sola portata di quelle lunghe cene, ma ho chiaro al pensiero i momenti del dopo: i grandi che se ne stavano attorno al camino spento a parlare gli uni di costruzioni da laboratorio e le altre di sangue femminile, e poi arianna,mio fratello ed io che rotolavamo la notte scavalcando le gambe di tutti fino a cadere esausti sulle diapositive. Quando ci si salutava noi già stavamo dormendo.
Oggi la falegnameria é sempre la stessa. Si entra dall'androne di santa lucia e attraversato il cortile interno ci si arriva seguendo qull'odore misto di resina e caramelle al rabarbaro -avvolte in carta opaca, ruvida, color senape. Antonio ha gli occhiali spessi, il figlio é diventato un gigante buono -e Barbara continua a disegnare legami nell'aria.
Ci sono passata qualche giorno fa ed erano anni, mi hanno invaso con gentilezza, con meraviglia. Arianna, in verità,la incontro alla fermata dell'autobus, é stata lei a riconoscermi ed abbracciarmi. Ora mi attende ogni mattino e mi racconta dei morosi e della cooperativa delle scatole rosse,mi ha anche detto: oggi son nervosa, ho le mie intorno.Ed é bella, quest'immagine: non una parola detta piano, nascosta, un ciclo, un termine tecnico,il nervosismo del prima e del dopo,i nomignoli da pubblicità :Arianna ogni mese c'ha queste "sue cose" che "le girano intorno" togliendole la pace. Da fuori, la punzecchiano, la tormentano, le ronzano attorno come mosche impazzite.
Mi ha raccontato che al giovedì incontra un'insegnante di liceo per "fare discussioni". Si parla di libri, di musica e di ragazzi:
A me piace scrivere un sacco,non vò mia a letto senza che scriva un poco.
Che bellezza, e che scrivi, Arianna?
Poesie.Me piase tanto Garsialorca.
Oh,un signore della parola,Lorca. E quindi t'ispiri alle sue.
Si,mi ogni volta che fa sera leggo una poesia di garsialorca qua a sinistra e a destra la copio.
E questa verità é già di per sé un sorriso, senza pretese, l'umiltà del pazzo che non ha bisogno d'invenzioni epocali né code di pavone: quanti fra noi conoscono davvero l'umiltà di ammettere che la sola arte raggiungibile da chi non ha l'estro é copiatura? Siamo l'epoca dei sovraccarichi d'artista-che non riconosce le altezze né sa zittirsi all'ascolto dei maestri. Non conta il massimo di sé, conta il massimo generico, il massimo dell'altro: io voglio essere il-meglio-di-te.
Ad Arianna piace Garcia Lorca- e in quell'atto di copiatura serale, intima, forse sa apprezzarlo cento ed una volta più di tutti quei piccoli mascherati che se ne stanno dietro l'angolo in attesa di rubarle la penna a mettere parole in scala per agganciarle alla lingua come quadretti.
Brunilde che raccontava le storie in silenzio é morta già da un po' di tempo. Gli altri sono tutti lì,a segare tavole di legno e scartare rabarbaro. Ho chiesto ad Antonio dei resti di sughero per ricominciare a dipingere e mi ha chiesto se anch'io facessi parte del collettivo artisti "La soffitta".
No, Antonio,nessuna soffitta:io resto sotto terra. Lontana da Dio,sotto ogni casa, nella taverna di chi ha finito di mangiare. Resterò a pochi passi dalla fiamma, oltrepassata la soglia e l'aporia.
E tutto sommato,a pensarci bene, laggiù il tempo é meglio che fuori.
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sabato, 25 aprile 2009
Nessuna correlazione.

Comportamenti suicidari (tentativi di suicidio e ideazione suicidaria) e ostilità (essenzialmente aggressività, comportamento di opposizione e collera) sono stati osservati con maggiore frequenza negli studi clinici effettuati su bambini e adolescenti trattati con antidepressivi rispetto a quelli trattati con placebo.
da "Speciali avvertenze e precauzioni per l'uso".
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giovedì, 09 aprile 2009
Millepiani
Le oche ieri sono scappate lontane al limite basso della luce- ed é caduto il mio sonno.
All'ora più calda hanno ricominciato a dare la notizia dei rovi in cielo, ma non erano detriti né gambe spaccate, erano i resti fatti a brandelli di una staffetta da quattro soldi.E voi la sapete, che i funerali sono più facili dei battesimi,perché é nel minuto finale, allo scoccare dell'incenso che ci si appoggia allo schienale per dire: io c'ero e ora sono pulito.La scimmia é altrove, dove non esiste il ritorno.
Sapete, mi fate paura, la vostra bava mi fa paura. E non perché non la ritenga abbastanza densa da concedervi la parola, ma perché la bava ne genera altra, come fiume in piena che si rigenera col suo stesso fluire. Di bava in bava, di bocca, in bocca, di telegiornale in telegiornale -le vostre teste come seni sparati al rotocalco.
C'era un signore a cui il padre aveva detto:sei solo uno stronzo senza pistola. E quel signore si é ficcato una penna al costato. E per quella penna ha perduto la sua libertà.A volte mi rivolgo a lui senza ricevere risposta, ma tutto in me preme per continuare a farlo nella certezza che solo il rivolgersi senza la richiesta di uno scambio possa fare di quel rivolgere,ri-voluzione.
Ecco perché la notte é il mio discorso indiretto,il rumore di quei bambini in fila sotto la pietra, con la testa e la lingua incromprensibile dei quasi morti -e parlano a chi vivrà per sempre perché ha potuto aumentare l'armatura al cemento e farsi crescere i capelli anche sugli occhi. Io non mi limito, io accuso.Non voglio limitarmi ad ascoltare e passare l'indirizzo e il poco sangue che mi rimane ad un concetto via etere,perché mi schifano le coscienze lavate e levigate: qui c'é polvere, ci sono millepiani di sedimenti -e non basta alzare la tenda per fare un po' d'ombra. Io non mi limito,incido. E accuso.
Hanno detto: anche dove la terra ha tremato, oggi ci sarà il sole. Ma quando la luce non sa mostrare,signori miei, la luce acceca.
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Il disagio della civiltà (da "La camera dei segreti" di Adriano Legacci)
P: “Ho letto in un libro di una scrittrice irlandese una frase che mi è piaciuta molto: è come se piovesse minestra e io avessi in mano solo una forchetta. Bella no?”
A: “No”
P: “E perché no?”
A: “E’ uno dei falsi problemi dell’animale civilizzato”
P: “Allora è meglio essere come una scimmia?”
A: “Allora è meglio restare più vicini alla propria natura animale. L’animale sano solleva la testa e apre la bocca. Non ha bisogno di posate”.
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sabato, 28 marzo 2009
Lo scarto
Vedo uomini ridere
colla bocca
piena di foglie.
Là,dove i sempreverdi
non hanno più radice,
é già un'eco
l'autunno.
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giovedì, 26 marzo 2009
Assault
Oggi è la musica del crepuscolo a segnare il mio tratto, la macchia della sera ha perso di consistenza-e piove, come se l'acqua avesse perduto il nome.
E ridano pure forte, i vecchi,sotto le scale delle piazze,mi guardino pure a scavare tutti i padri che ho dentro, e le mani, e il sesso profondo. Perché io non ho fratelli.Io non ho mani, né buchi.
La guerra mi ha portato via il nome. Se lo sono venuti a prendere i cecchini mentre pranzavamo con le nostre teste chine e non avevamo forchette con cui infilzare, puzzavano di petrolio,i codardi!
E oggi che ancora non so mangiare,senza un nome con cui presentarmi alla gente,mi chiedo dove sia finito l'intento.
Nel sogno alla congrega degli psichiatri socialisti ce n'era uno che tra tutti era l'indovino perfetto. Si alza, avanza ai fornelli e prepara l'ultima cena.
Sediamoci al banchetto, bambini, sediamoci per nome. Buttiamo giù. Ingoia. Non sputare. Premi il fondo, macina tutte le porzioni.
Ché i gendarmi hanno il palato fine.
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lunedì, 23 marzo 2009
Cibo
E' la gente per bene
che suda un lieve accenno
sul mio piatto.
La mia portata sporca,
il vuoto che ho portato
a silenzio.
Se solo avessi avuto un corpo
convesso,
non avrei saputo
questa mia cenere,
Ma ho cavità
dove tu non avevi mancanze
- perché ciò che sputo
a giorni alterni
dal mattino al confine del buio,
di tavola in tavola,
é solo il resto
di ciò che non é mai stato.
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domenica, 08 marzo 2009
Fessure
Non esco mai quando è sabato pomeriggio. Le rare volte che l'ho fatto mi sono ritrovata l'elemento estraneo , il residuo fisso di un liquore quotidiano. Avevo scarpe da marinaio e piedi senza punte, camminavo sulle punte.
Non lo faccio per snobismo: io in centro, di sabato pomeriggio ,non so camminare. Mi sento guardata, spiata, giudicata mostrata, accerchiata-accerchiata. Come una vocale e troppe consonanti.
Tutto ha il ritmo dell'acquisto. Si comprano sorrisi, piccole parole, frasi da quattro soldi,limonate alcoliche, un vestito, le sigarette aumentate,si comprano banche caffé e menestrelli. Non si può uscire senza comprare. E si finisce col comprare tutto, anche i baci dell'amico.
Cento falli che fanno a gara del più lungo in fila all'apertura del commercio.
E allora oggi faccio della ribellione nera un fiore di loto: oggi si esce soli col sole in faccia. Mi vesto comoda e senza orpelli. Nemmeno la musica: voglio sentire i rumori,addentare tutta l'aria che c'é, voglio diventare una strada,lasciare piccole orme di fango,farmi calpestare e ascoltare la gente.E seguirò la ragazzina tredicenne che racconta dell'amore e la vecchia pazza del quarto piano che racconta all'amore dei propri tredici anni-e poi farò un salto al parco. Dove c'é Azir, con le sue quindici rose rosse oggi ricambiate per il giorno di festa.
-Come và, Azir?
-Abbastanza signora, vuoi una rosa per tuo marito?
-Non ho il marito, Azir.
-Hai il fidanzato?
-Ecco, un compagno, un ragazzo, un...
-Allora se non è fidanzato fidanzati con me, sposami.
Sorrido -Sai che hai ragione, Azir? Abbiamo troppa paura delle parole, da queste parti. Io ho un fidanzato, una chitarra, una casetta ch'era un lazzareto e un gatto troppo pesante.
-Beata te.
Me ne vado verso la prima panchina libera.Oggi ho voglia di libertà e me la prendo sedendomi accanto alla coppia di amanti da poesia francese che si scambiano piccoli umori. Non hanno borchie gialle né capelli sopra i capelli, non hanno pantaloni stretti né troppo grandi, non hanno nulla di strano eppure sono strani: hanno gli occhi come quelli dei veneziani: piccoli,stretti come fessure di donna. Forse per proteggerli dal riflesso dell'acqua.
-Noi,che abbiamo occhi grandi , é perché non siamo stati abituati alla luce-
Accendo una sigaretta, me ne chiedono una. Anzi, due. Le offro e assumo la posizione dell'attesa:vorrei mi parlassero,come ha fatto Azir. Ma io per prima non ho il coraggio della voce, li guardo, distolgo,mi guardo e mi detesto. Non so dar voce e scambio. Eppure con Azir l'ho fatto-lo facciamo tutti. Anche gli stronzi, anche quelli che Azir poi lo mandano a fanculo e lo scrivono sui muri. Eppure comunicano, tendono un filo. Forse perché Azir ha le mani libere per prenderlo.
Qui ci sto io e due maschere veneziane-e non abbiamo il coraggio di far andare le cose. Tratteniamo con uno sforzo immane. E finiamo con l'abituarci presto a questo trattenere.
Un' energia che impara l'arte della negazione appena viene messa al mondo.
Poi mi volto: Siete di qui?
E così com'é arrivata la parola arriva la risata dell'imbarazzo: scoppio a ridere. Convulsa. Ora mi sento un'imbecille,risento addosso stampato sulla pelle quello stesso residuo fisso di cui avevo cercato di sbarazzarmi all'uscita-e però questa è un'imbecillità che paga. Una bellezza idiota. E non so come, ma cominciano a ridere anche loro.
Siamo tre nudità imbecilli - di questo tempo- che ridono a crepapelle. E sappiamo benissimo perché.
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martedì, 24 febbraio 2009
L'analisi del cielo
Abbiamo gli scuri alle finestre
le bocche che ruminano
sulla dimenticanza
-e un pozzo troppo poco
profondo.
Abbiamo storie comuni
da smentire
E sette vite da intrecciare
alle sette
vite mancate.
Abbiamo gambe divaricate
per sputarci dentro
E letti ai piedi dei piedi.
Abbiamo una notte
che non conosce i margini,
Un cielo
con l'occhio secco.
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martedì, 10 febbraio 2009
Non le donne dal lettino bianco,non i ragazzi bruni pelle di fuoco e tempie fracassate né i figli della pioggia acida, non i vecchi di benzina all'ultima strada periferica,non le schiene curve sul cappello di lana né i giovani senza valore,non i sette padri piallati dalla macchina né l''animale sotto le mine d'indecenza: siete Voi- i burattinai dal petto cavo che non sapendo accettare la propria morte,vi divertite a vomitare su quella degli altri.
E dove c'é un "non" si legga pure "Noi".
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venerdì, 06 febbraio 2009
Caro S.,
Quando arriverà il tuo presto?
Mancano, le tue parole,le parole lunghe, le rivoluzioni d'intimità fraterna,la verità delicata.
Scorrazzo qua e là tra le maglie-e a volte mi diverte-e a volte mi annoia, e a volte brucia la testa. Però resta una cosa che amo di questocampo nomade: la riproduzione dell'accudimento epistolare. Le lettere fanno bene al cuore,proteggono dalle ostruzioni,accarezzano i tempi morti sia che siano piene e narrative, sia che si limitino a non dire nulla-ma a dichiararlo,quel nulla, ad ammetterlo senza colpa.
Darsi reciprocamente il proprio silenzio.
Ho scelto in dono per te la ventiseiesima pagina di una meraviglia-e qui te la scrivo:
Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.
Spero di riceverti presto, amico mio. Perché per quanto non ti conosca
hai sempre avuto la capacità di aiutare la mia solitudine a farsi strada nella pioggia.
Mariasole
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domenica, 01 febbraio 2009
Vorrei danzare senza masticare l'erba,D.
Come quando per baciare non c'era alcun bisogno di stringere i denti o il dovere di sopportare, e arrivare a piedi nudi,togliermi anche quelli ed entrare nella tua casa. Senza specchi, senza rimandi, senza percezioni né analisi da manuale. Vorrei che le processioni avessero le croci in tasca e animali tra le braccia, ché tu ricominciassi a parlare e qualcuno imparasse il silenzio,vorrei saper piangere senza bagnare gli oggetti-e mangiare, senza il terrore dei secondi di ruggine.
La realtà è che credevo di aver aperto un varco a gettare a mare le brutture- invece stavano lì, sull'attenti come squadriglie di secondini pronte a caricare. Appesi come stracci alle pareti. Sulla mia faccia.
E' stato strano tornare alla strada in salita, il bosco sulla destra e le donne manichino su e giù per le vie col ritmo degli affanni-ma questa volta l'ho fatto per te,per il tuo cuore ostruito alla percentuale più alta e la tua faccia d'acqua. Ho bussato alla porta dove baciai il ragazzo siciliano che aveva perduto le gambe e giocato a bottiglia con la loro cultura borghese per vedergli cacciare fuori la lingua e ossservarne le piccole nervature. Ce n'erano abbastanza da far piangere anche te.
Ma tu non piangi mai. Te l'ho visto fare solo una volta per un vecchio film di natale dandoti un secondo nome e indossando il tuo maglione preferito e mi dicevi:é meglio piangere per le cose belle che per le ferite. Non è vero, non me l'hai mai detto ma fingo l'infanzia per necessità,il mio rituale magico.
Sai,ho aperto la tua scatola nera, a casa, e aprendola ne é uscita la mia inversione,il mio canto per voce d'altri e mi sono chiesta perché, perché proprio ora tu vuoi riprendermi, perché vuoi tenermi ancorata a te ora che ti sta crollando il petto? Potevi farlo quando il sangue scivolava senza intoppi,quando c'era le bellezza a sostenere gli sguardi. E invece mi hai deciso ora perché temi non ci sia più tempo.
Hai ragione, non c'è mai stato tempo. Per quella stessa alterità, io comunque ti stringo le mani e mi strappo i brividi dalle braccia. Mi minore sette.
Quando i tisici dell'anima
i predicatori degli altari
Avranno creste alle teorie
Ombra sotto i ponti vecchi
Quando gli alberi troveranno
lavoro a prestito dal vento
Il pianto dei navigatori
Vuoterà i cieli ai mari
e veri mari scuoteranno
le giunture fino al largo
Quando noi poveri galli
concimeremo la vecchiaia
Tornerà il pasto di terra
grado zero di diaframma
Con il mio stato bollente
distillate le tempeste
Avremo spazio per i vuoti
e vuoti per divaricare
le gambe (arpeggio finale)
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lunedì, 12 gennaio 2009
I massacri non hanno numeri né requiem trasognati,non hanno silenzi,aggiunte e prospettive,non hanno cavalli marci né chimica di piombo,hanno infiniti centri e culi foderati. I massacri. Sette carretti di mulo e bambini appesi al nodo.
Non ci sono bilanci, ci sono donne che allattano terrore, seni come pupille dilatate. E si spara quando i figli si alzano dal banco.
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domenica, 11 gennaio 2009
Poi il natale ha riportato la famiglia a vent'anni fa, quando non c'erano ancora agnelli al sacrificio e ognuno aveva il grembo bucato.
E' arrivato il giorno del mio Bar Mitzvah senza che vi fosse stato il giorno in cui i miei peccati fossero riposti a loro-ma adesso me li riprendo, li prendo tutti come fucilate bloccate a mezz'aria. Ora é lui a star male e sono motoneuroni. Il primo, che bada alla bocca, il secondo ad occuparsi della marcia.
In Sardegna era poco prima dell'estate e all'ultima trave montata ha visto che sulla gamba sotto pelle c'era come un muscolo indipendente, che pompava quasi fosse un animale più vivo del resto del corpo.Poi è arrivato all'altra gamba, e poi al braccio, le hanno chiamate fascicolazioni e l'hanno ricoverato in neurologia.
Il ventiquattro la diagnosi del cazzo.Tre lettere come quelle con cui avevano ricoverato me, ma solo l'ultima uguale alle altre, la A che dovrebbe indicare liberazione per me era alimento e per lui segno dell'immobilità in potenza.
Lo guardo sedersi al computer alla ricerca di una ricerca,cure magiche per restare in allerta- ed è straziante.
Ma questa non è l'epoca delle cadute, per me è strada bianca, bagnata fino al midollo, ma tracciata, segnata da immagini nette, lucide. Se il fratello resta panico, la madre piange e il padre non si muove,io punto i piedi alla vedetta, mastico tabacco e mi innamoro
Mi si chiede perchè mai avessi smesso di gettare i miei rifiuti dalle dita, perché le mie pagine fossero rimaste intatte, vergini sciocche che non chiedevano niente. E il punto era proprio questo:perché prima chiedevo disperatamente qualcosa e ora ciò che voglio è desiderio senza disperazione,un'azione rivisitata di possibile.Non giudici interni né commissari del fuori ma ciò che basta dire senza strappare gli occhi. C'era bisogno di silenzio e di cura,evidentemente,di navi calme a camminare sui deserti, senz'acqua, liquido solo per dissetare le gole.
Certo la sabbia ha ancora grani più grossi appena sotto la pelle, ci sono sassi appuntiti, ma come da piccola alla caletta di Giunone avevo trovato un orologio e un bracciale di conchiglie,sono certa che ci siano punti di luce anche a tre metri sotto terra. Filtra tutto, il battere del mio tempo,la finta sordità del mare.
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domenica, 14 dicembre 2008
Rabbia.Rabbia e persecuzione. Rabbia e dieci coltelli sulle tempie dei miei compagni. Rabbia sulle suole, sul nastro legato alle loro bocche,sulle loro
belle meschine gole purulente.
Dove sono i fratelli? Dove, le ginocchia della guerra?
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domenica, 29 giugno 2008
Caro D.,
un giorno albeggiava e si parlava di avventi. Ricordo la tua pelle rattoppata con una stazione al posto del petto e la dentatura fragile dei figli che venivano a cercarti. Questa notte potrò bere solo fino a metà orgoglio, fino a quando i liquidi non interferiranno con quelli di contrasto-e mi fa rabbia, D., sapere che le morti possono arrivare prima dei mandanti, che le case custodite guardate a vista erano solo gelosie da quattro soldi.
Ma il mio corpo è cambiato, il seno cresciuto per ridare agli occhi ciò ch'era degli occhi e alle mani un viaggio di microsolitudini . Le avevamo insabbiate per bene, le nostre parole.
Ora si torna -e domani saranno alberi, foglie dal cemento.
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Dallo schieramento allo strappo,
La totalità della tua immagine
é la scarsità della mia.
E per raccogliere i pochi stracci
-appesi come rami alle finestre -
Oggi che le dichiarazioni sono margine
Si va entrambi alla deriva.
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lunedì, 28 gennaio 2008
Oggi,sulla punta delle mie dita soffia il purgatorio: ovatta polverizzata che offusca la vista. E penetra.
I miei giorni -dall'ultimo del saluto al nuovo dell'abbandono- sono stati diminuiti, affilati solo per le amicizie più care, ricordi per i demoni. Eppure, Claire, sorella, in questa prima sera non ho occhi che per te.
Occhi di quando i tuoi erano sollevati all'attenti e quelli di D. bagnati come un sesso eccitato - fino alle tue mani.
E quando D. arrivava tu accordavi la chitarra e prendevi le mie.
C'era un vecchio che passeggiava sempre a quell'ora, con l'abecedario delle sua vita sugli strumenti di lavoro e la bocca tesa per fischiare un motivo sempre uguale,stupido, tenero. Se non avesse avuto così tante rughe ,sarebbe stato mio figlio.
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domenica, 23 settembre 2007
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martedì, 31 maggio 2005
Critone
di Platone
SOCRATE Come mai sei venuto qui a quest'ora, Critone? Non è ancora presto?
CRITONE È presto, sì.
SOCRATE Che ora è, di preciso?
CRITONE Manca poco all'alba.
SOCRATE Mi meraviglio che la guardia della prigione abbia acconsentito ad aprirti.
CRITONE Ormai mi conosce bene, Socrate: vengo qui spesso, e gli ho pure fatto qualche favore.
SOCRATE Sei qui da poco, o da tanto?
CRITONE Da un bel po'.
SOCRATE E allora perché non mi hai svegliato subito, e te ne stai seduto lì in silenzio?
CRITONE No davvero, Socrate! Neanch'io vorrei vegliare insonne in tanta sventura. Peraltro sono rimasto meravigliato a vedere come dormivi tranquillamente, e lungamente, non ti svegliavo apposta per farti continuare così, nella massima tranquillità. Se già in più di un'occasione, nel corso della vita, ho avuto a giudicarti felice per il tuo comportamento, a maggior ragione lo farò in una circostanza come questa, che riesci a vivere con tanta serenità e calma.
SOCRATE Sarebbe ben fuori luogo, Critone, se alla mia età mi rammaricassi di dover morire.
CRITONE Anche ad altri, Socrate, capita di trovarsi in situazioni simili alla stessa età, eppure ciò non li solleva dal rammarico per la propria sorte.
SOCRATE È vero. Ma insomma, come sei giunto così presto?
CRITONE Per portarti, Socrate, una brutta notizia: non per te, mi pare, ma per tutti i tuoi amici, brutta e grave, e che io più di tutti - credo - troverò difficile da sopportare.
SOCRATE Di che si tratta? È forse arrivata la nave da Delo, al cui arrivo devo morire?
CRITONE Arrivata non è, ma credo che arriverà oggi, a giudicare da quel che riferiscono alcuni che provengono dal Sunio, e l'hanno lasciata là. Ne risulta, è chiaro, che arriverà oggi: e dunque sarà domani, Socrate, il giorno in cui sei destinato a morire.
SOCRATE Ebbene, Critone, che tutto vada per il meglio! Se così piace agli dèi, così sia: tuttavia non credo che l'arrivo sarà oggi.
CRITONE Da cosa lo deduci?
SOCRATE Ora te lo dico. Devo morire il giorno successivo all'arrivo della nave, no?
CRITONE Così almeno dicono quelli che decidono di queste cose.
SOCRATE Perciò non penso che arriverà questo giorno che viene, bensì domani. Lo deduco da un sogno che ho fatto questa notte, poco fa: direi che hai fatto bene a non svegliarmi.
CRITONE Che sogno era?
SOCRATE Mi veniva incontro, pareva, una donna bella e di nobile aspetto, vestita di bianco, che mi apostrofava con queste parole: "O Socrate, il terzo giorno giungerai a Flia ricca di zolle".
CRITONE Strano sogno, Socrate.
SOCRATE Ma chiaro, mi sembra, Critone.
CRITONE Anche troppo, direi. Ma stammi lo stesso a sentire, mirabile Socrate, salvati. Vedi, se muori non mi colpirà una disgrazia sola: oltre alla perdita di un amico, e tale che mai più ne troverò uno simile, la gente che non conosce abbastanza né me né te crederà che avevo la possibilità di salvarti, purché fossi disposto a metterci del denaro, e me ne sono infischiato. E ci si potrebbe creare fama peggiore che quella di dare più valore al denaro che agli amici? Perché certo la gente non potrà credere che noi ti spingessimo, mentre sei stato tu a non volertene andare da qui.
SOCRATE Ma, caro Critone, perché preoccuparci dell'opinione della gente? Tanto più che i migliori, dei quali vale più la pena di darsi pensiero, capiranno che le cose sono andate precisamente come sono andate.
CRITONE Ma tu vedi, Socrate, che dell'opinione della gente è pur necessario curarsi. Proprio la situazione in cui siamo dimostra che la gente è in grado di fare non poco male, per non dire il peggiore, a chi vede calunniato.
SOCRATE Magari, Critone, la gente fosse capace di fare i mali peggiori! Sarebbe allora capace anche del più gran bene, e sarebbe bello. Ma non sono capaci né dell'una né dell'altra cosa, non sanno far diventare un uomo né saggio né stolto, e si muovono invece come capita.
CRITONE D'accordo, però devi dirmi, Socrate, un'altra cosa. Ti preoccupi forse per me e per gli altri amici, che se te ne vai i sicofanti ci diano delle noie accusandoci di averti rapito, e ci troviamo obbligati a sborsare tutto il nostro denaro, o buona parte di esso, se non a subire altri danni? Se è di questo che hai paura, lascia perdere: è giusto che per la tua salvezza affrontiamo un rischio del genere, e se occorre anche più serio. E pensa invece solo a prestarmi ascolto.
SOCRATE Mi preoccupa questo, Critone, e parecchio altro.
CRITONE Ebbene, abbandona questi timori: non è che chiedano tanto per salvarti portandoti via di qui, e poi non vedi come sono a buon mercato questi sicofanti? Neanche per loro ci vorrà molto... Le mie sostanze, che presumo sufficienti, sono a tua disposizione, e se per qualche scrupolo nei miei confronti tu ritenessi di non dover spendere del mio ci sono, pronti a spendere, questi amici di fuori. Uno di essi, Simmia di Tebe, ha portato da solo abbastanza denaro proprio per questo: ma ci sono, pronti a fare altrettanto, anche Cebete e parecchi altri. Sicché, te lo ripeto, non rinunciare a salvarti per timori di questo tipo. In secondo luogo, non deve farti difficoltà il fatto (lo dicevi in tribunale) che non sapresti cosa fare di te una volta lontano da Atene: è certo che in molti altri luoghi, dovunque capiterai, ti faranno festa. E se per caso decidi di andare in Tessaglia, lì ho amici che ti circonderanno della loro stima e protezione, dimodoché nessuno in Tessaglia potrà nuocerti.
Inoltre, Socrate, non mi sembra neanche giusta questa tua scelta di arrenderti quando hai la possibilità di salvarti: anzi, ti dai da fare per ottenere il risultato che ti vorrebbero procurare - o meglio ti hanno già procurato - i tuoi nemici, che ti vogliono rovinare. Oltretutto mi pare che tu tradisca anche i tuoi figli, che avresti la possibilità di crescere ed educare, mentre andandotene li abbandonerai, indifferente a quanto possa capitar loro: e gli capiterà, è prevedibile, quel che è la norma per gli orfani lasciati soli. I figli, o non bisogna farli, o bisogna faticarci, a tirarli su ed educarli: ma tu, mi sembra che stai scegliendo la strada più comoda! Invece, essendo uno che sostiene di voler coltivare la virtù per tutta la vita, dovresti fare la scelta che farebbe un uomo nobile e coraggioso. Come mi vergogno, per te e per noi tuoi amici, se penso al pericolo di far la figura di aver gestito tutta questa faccenda con un tantino di vigliaccheria!... A partire dal fatto che la causa è stata portata in tribunale, quando era possibile che non lo fosse, e poi il modo in cui si è svolto il dibattimento, e infine - al colmo del ridicolo - questo farci fare la figura di esserci defilati, per meschineria o per viltà, senza salvarti e senza che lo facessi tu, come sarebbe stato possibile anche solo con un piccolo aiuto da parte nostra. Bada dunque, Socrate, che questa situazione non sia anche disonorevole, oltre che disgraziata, sia per te che per noi. Deciditi una buona volta ( a quest'ora, a dire il vero, dovremmo non decidere ma aver già deciso), e la decisione sia una sola. Tutto dev'essere fatto entro la prossima notte: se indugeremo ancora, ogni possibilità verrà meno. Insomma Socrate, devi assolutamente e unicamente prestarmi ascolto.
SOCRATE Unito a una corretta visione delle cose, Critone, il tuo zelo sarebbe anche apprezzabile: ma in caso contrario, quanto più è vivace e tanto più si fa fastidioso. È perciò opportuno esaminare se dobbiamo o no imbarcarci in questa impresa: del resto non è questa la prima volta, io ho fatto sempre in modo di seguire solo quel ragionamento che, fra i vari che rimugino dentro di me, dopo ponderata riflessione risultasse il migliore. E i ragionamenti che sostenevo prima non posso buttarli adesso a mare solo perché mi è toccata questa sorte: al contrario, mi appaiono più o meno sotto la stessa luce e continuo a tenerli nel massimo conto, esattamente come prima. Se non riusciremo ora a trovarne di meglio, sappilo, non ti darò retta neanche se il potere della gente viene ad agitarci davanti, come a dei bambini, spauracchi anche peggiori di questi, scagliandoci addosso ceppi, condanne a morte o confische di beni. Come fare, a valutare la situazione nel modo più equilibrato? Direi di prendere, per cominciare, il tuo argomento dell'opinione della gente. Avevamo o no ragione ad affermare ripetutamente che di alcune opinioni bisogna tener conto, di altre no? Forse che l'affermazione era ragionevole prima della mia condanna a morte, mentre ora risulta evidente che si diceva così, tanto per dire, ed era in realtà tutto un gioco, uno stare a chiacchiera? Voglio proprio vedere insieme a te, Critone, se quell'argomento mi apparirà sotto una luce uguale o diversa, ora che mi trovo così: e se lo manderemo a farsi benedire o vi aderiremo. Secondo me si è sempre inteso, da parte di quelli che ritengono di aver qualcosa da dire, più o meno quel che ho sostenuto io poco fa: delle opinioni umane alcune vanno tenute in considerazione, altre no. Per gli dèi, Critone, non ti par corretto questo? Per quanto è umanamente verosimile tu non corri il rischio di morire domani, e la presente congiuntura non dovrebbe obnubilare il tuo giudizio. Ti soddisfa quest'affermazione che non tutte le opinioni umane sono apprezzabili, ma alcune sì e altre no, e non quelle di tutti ma di alcuni sì e di altri no? Che mi dici? Non è corretto?
CRITONE Lo è
SOCRATE Si tratta dunque di apprezzare le opinioni buone, ma non quelle cattive?
CRITONE Sì.
SOCRATE E buone non sono forse quelle degli uomini saggi, cattive quelle degli stolti?
CRITONE E come no?...
SOCRATE Ora dimmi come la mettevamo su quest'altro punto. Uno che si dedica specificatamente alla ginnastica fa attenzione all'elogio, al biasimo e all'opinione di chiunque o solamente di un medico o di un istruttore?
CRITONE Solamente di costui.
SOCRATE Dunque è il caso di temere i rimproveri o gradire gli elogi di quello solo, non della gente in genere.
CRITONE Chiaro.
SOCRATE Dovrà allora comportarsi, e far ginnastica, e mangiare e bere, seguendo le direttive di quell'unico che è esperto e ci capisce, piuttosto che di tutti gli altri?
CRITONE Proprio così.
SOCRATE Bene. E se d'altro canto a quell'unico vorrà disubbidire, disprezzandone opinione ed elogi e privilegiando quelli della gente, che pur non ne capisce niente, non ne risentirà alcun danno?
CRITONE E come no?...
SOCRATE E che tipo di danno? Dove tende, a quale parte della persona del disubbidiente?
CRITONE Ma è chiaro, al corpo: è questo, che rovina.
SOCRATE Giusto. E - senza addentrarci in ogni minuzia - non è lo stesso anche per il resto, Critone? Riguardo cioè al giusto e all'ingiusto, al brutto e al bello, al buono e al cattivo, su cui ora dobbiamo decidere, dobbiamo seguire e temere l'opinione della gente o di quell'unico - se c'è - che se ne intende, che bisogna riverire e temere più che tutti quanti gli altri? E se non daremo retta a lui, finiremo per corrompere e guastare quella parte di noi che per opera di ciò che è giusto diventa migliore, e con l'ingiusto si deteriora. È una sciocchezza, questa?
CRITONE Ti do ragione, Socrate.
SOCRATE Proseguiamo: se tralasciando di seguire il parere di chi se ne intende roviniamo quella parte di noi che con ciò che è salutare migliora e con ciò che è malsano si corrompe, una volta che sia corrotta ci resta possibile vivere? E si tratta del corpo, no?...
CRITONE Sì.
SOCRATE Ora, ci è mai possibile vivere con un corpo malandato e corrotto?
CRITONE Assolutamente no.
SOCRATE E ci sarebbe invece possibile vivere se fosse corrotta quella parte di noi che viene guastata dall'ingiusto, mentre dal giusto riceve giovamento? O giudichiamo inferiore al corpo quella parte di noi, qualunque essa sia, che è di pertinenza della giustizia e dell'ingiustizia?
CRITONE Niente affatto.
SOCRATE La giudichiamo, allora, superiore?
CRITONE E di molto.
SOCRATE Allora, carissimo, dovremo curarci di cosa dirà di noi non la gente, ma colui che di giusto e ingiusto se ne intende, lui solo, e la verità stessa. Quindi non è corretto, in primo luogo, questa tua proposta di curarci dell'opinione della gente sul giusto, il bello, il buono e i loro contrari. "Ma intanto" si potrebbe dire "la gente è in grado di darci la morte."
CRITONE Chiaro anche questo: si potrebbe effettivamente dire, Socrate, è vero.
SOCRATE Ma, mio meraviglioso amico, il ragionamento che abbiamo fatto sin qui mi pare assomigliare ancora al precedente. Rifletti, adesso, se resta vero o meno che estremamente importante è non tanto vivere quanto vivere bene.
CRITONE Certo che resta vero.
SOCRATE E resta vero o no, che vivere bene e con onestà e giustizia è la stessa cosa?
CRITONE Resta vero.
SOCRATE Sulla base di quanto abbiamo ammesso, esaminiamo ora se sia giusto o ingiusto che io cerchi di evadere senza il consenso degli Ateniesi; e se ci sembra giusto proviamoci, altrimenti lasciamo perdere. Quanto alle tue considerazioni su spesa, reputazione e crescita dei figli, c'è il serio pericolo, Critone, che siano speculazioni da gente che, come facilmente uccide, altrettanto facilmente riporterebbe anche in vita, se solo ne fosse capace: gente cioè, come i più, senza giudizio. Ma noi atteniamoci al nostro ragionamento e chiediamoci solo se, come abbiamo appena detto, spendendo denaro e riconoscenza con questi che mi porteranno fuori di qui faremo cosa giusta, fra te che vuoi tirarmi fuori e me che acconsento: o se, in realtà, con tutto ciò, commetteremo un'ingiustizia. E se ci apparirà chiaro che di un'azione ingiusta si tratta, cerchiamo di non preoccuparci di dover morire o di subire qualsiasi altra pena (e restiamo con tranquillità al nostro posto), dandoci pensiero, piuttosto, di non commettere un'ingiustizia.
CRITONE Trovo che hai ragione, Socrate: pensa ora al da farsi.
SOCRATE Riflettiamoci assieme, carissimo. E se hai qualche argomento da opporre ai miei, fai pure e ti ascolterò: altrimenti, benedett'uomo, smetti di ripetere sempre la stessa solfa, che bisogna che me ne vada di qui anche contro il volere degli Ateniesi. Certo, ci tengo a muovermi in questa faccenda dopo averti convinto, non contro la tua approvazione. Vedi ora se ti pare soddisfacente il punto di partenza, e cerca poi di dare alle domande le risposte più meditate.
CRITONE Ebbene, ci proverò.
SOCRATE Diciamo che non bisogna commettere volontariamente ingiustizia in nessun caso, o per certi versi sì, e per certi altri no? O diciamo - e su questo punto ci siamo già trovati d'accordo, più d'una volta - che il commettere ingiustizia non è affatto cosa buona, né bella? Che tutte le conclusioni una volta raggiunte si siano in questi pochi giorni rimescolate, e tanto abbiamo indugiato nelle nostre appassionate discussioni, Critone, da non renderci conto che nulla ci distingueva, alla nostra età, da dei bambini? O piuttosto le cose stanno come si diceva allora: sia che la gente lo ammetta o no, sia che siamo costretti a sopportare sofferenze peggiori o più lievi di queste, in ogni caso commettere ingiustizia è, per chi lo fa, cosa brutta e turpe? Sì o no?
CRITONE Sì.
SOCRATE Dunque in nessun caso va commessa ingiustizia.
CRITONE Assolutamente no.
SOCRATE E dal momento che in nessun caso va commessa ingiustizia, neanche chi la subisca dovrà ricambiarla, come pensa la gente.
CRITONE Sembra proprio di no.
SOCRATE E ora, Critone, dimmi se il male bisogna farlo o no.
CRITONE Certo che no, Socrate.
SOCRATE E ora dimmi se è giusto o no che uno contraccambi un male subìto, come la gente pensa.
CRITONE In nessun caso.
SOCRATE In effetti, far del male a qualcuno è lo stesso che commettere ingiustizia.
CRITONE Hai ragione.
SOCRATE Dunque non dobbiamo ricambiare le ingiustizie, né fare del male a nessuno, qualsiasi cosa gli altri facciano a noi. E bada, Critone, di non concordare con me su questo punto se non sei veramente di questo parere: a condividere queste opinioni, lo so bene, sono e sempre saranno in pochi. E fra chi la pensa così e chi no non è possibile comunità d'intenti, è anzi inevitabile che quando confrontano le rispettive scelte provino disprezzo l'uno per l'altro. Perciò, rifletti bene anche tu se condividi la mia opinione, se davvero sei d'accordo (e le nostre considerazioni muovano allora dal principio che non è mai corretto commettere ingiustizia e neppure ricambiarla, né reagire ai maltrattamenti facendo del male a propria volta); o se ti distacchi, e questo principio non lo condividi. Io la penso così da tempo e continuo tuttora, ma se tu la pensi diversamente dillo, e istruiscimi. Se invece resti fedele alle nostre premesse, ascolta il seguito.
CRITONE Resto fedele sì, sono d'accordo: parla, suvvia.
SOCRATE Ecco quel che ho da dire. O meglio, una domanda: se si concorda con qualcuno sulla giustezza di qualcosa, la si dovrà fare o evitare?
CRITONE La si dovrà fare.
SOCRATE Stai bene attento, allora, a quel che ne consegue. Allontanandoci da qui senza previo consenso della città facciamo del male a qualcuno, e proprio a chi meno dovremmo, oppure no? E rimaniamo fedeli ai principi che avevamo riconosciuto giusti, oppure no?
CRITONE Alla tua domanda, Socrate, non so rispondere: non capisco.
SOCRATE Prova, allora, a metterla così. Poniamo che mentre siamo lì lì per fuggire di qui (o comunque vogliamo chiamare questa cosa) venissero le leggi e la città tutta, si piazzassero davanti a noi e ci chiedessero: "Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Quale può essere il tuo intento, con questo gesto, se non di fare quanto ti è possibile per distruggere noi, le leggi, e la città intera?... O pensi che possa sopravvivere, e non essere sovvertita, una città in cui le sentenze pronunciate non hanno efficacia, e possono essere invalidate e annullate da privati cittadini?". Cosa rispondere, o Critone, a queste o simili domande? Certo, ci sarebbe molto da dire (più di tutti ci riuscirebbe un retore) in difesa della legge che violerei, che impone che le sentenze pronunciate abbiano vigore. Preferiremo forse dare loro una risposta del tipo "la città ci ha fatto un'ingiustizia, emettendo una sentenza scorretta"? Diremo questo, o che altro?
CRITONE Ma questo, Socrate, per Zeus!
SOCRATE Ma supponiamo che le leggi dicessero: "Ma Socrate, è questo che rientrava nei nostri accordi, o non piuttosto l'impegno di rispettare i giudizi della città?" Se a queste parole facessimo mostra di meravigliarci, potrebbero aggiungere: "Invece di meravigliarti di quello che diciamo, Socrate, rispondi (sei ben abituato a far uso di domanda e risposta). Su, hai qualcosa da rimproverarci a noi e alla città, che ti dai da fare per la nostra rovina? Non ti abbiamo dato noi la vita, tanto per cominciare, non è grazie a noi che tuo padre ha preso in moglie tua madre, e ti ha generato? Di' un po', a quelle leggi fra noi che governano i matrimoni, hai da fare qualche rimprovero?". "Nessuno" direi io. "Ce l'hai allora con quelle che regolano la crescita e l'educazione dei figli, in cui sei stato cresciuto anche tu? Non erano giuste le direttive che la legislazione in materia dava a tuo padre, prescrivendogli di educarti nella musica e nella ginnastica?" "Ma sì" direi ancora "E allora, dopo essere stato generato, allevato ed educato, avresti il coraggio di negare - tanto per cominciare - di essere creatura e schiavo nostro, tu come pure i tuoi antenati? Se è così, poi, credi che tu e noi abbiamo eguali diritti, e che se noi ti facciamo qualcosa hai il diritto di fare altrettanto? Non eri su un piano di parità rispetto a tuo padre, o a un padrone se ne avevi uno, sì da poter ricambiare qualsiasi trattamento, rispondendo alle offese con le offese, alle percosse con le percosse e così via. E te lo permetteresti ora rispetto alla patria e alle leggi, al punto che se riteniamo giusto cercare di ucciderti ti metterai a fare altrettanto con noi, per quanto ti riesce, e sosterrai di agire con ciò giustamente, e saresti uno che genuinamente si cura della virtù? O con tutta la tua sapienza non ti rendi conto che la patria è più preziosa sia della madre che del padre e di tutti gli antenati, e più sacra, e più venerabile, più degna di considerazione da parte degli dèi e degli uomini assennati; e che le si deve obbedire e servirla anche nelle sue ire, più che un padre? E che l'alternativa è fra persuaderla o eseguire i suoi ordini, soffrendo in silenzio se ci impone di soffrire, si tratti di essere battuti o imprigionati, o anche di essere feriti o uccisi se ci manda in guerra; e bisogna farlo - ed è giusto così - senza arrendersi né ritirarsi né lasciare la propria posizione, perché sia in guerra che in tribunale, dappertutto va fatto ciò che la città, la patria comanda a meno di non riuscire a persuaderla di dove sta la giustizia?... Se è un'empietà usar violenza contro il padre e la madre, tanto più lo sarà contro la patria." Cosa potremo replicare a questo discorso, Critone? Che le leggi dicono la verità, o no?
CRITONE Mi pare di sì.
SOCRATE "Ora, Socrate" potrebbero soggiungere le leggi "giudica se è davvero ingiusto, come andiamo affermando, il trattamento che ci riservi in questo momento. Noi infatti ti abbiamo messo al mondo, e allevato, ed educato, e abbiamo distribuito fra te e i tuoi concittadini tutti i beni di cui disponevamo: e purtuttavia dichiariamo subito, col darne il permesso a ogni ateniese che lo desideri, che se, raggiunta la condizione di cittadino e osservando come vanno le cose nella città e noi, le leggi, non ci trova di suo gradimento, può benissimo prendere le sue cose e andare dove preferisce. E nessuna di noi leggi pone ostacoli o vieta di andare con le proprie cose, dove gli pare, a chi di voi non gradisca noi e la città e desideri trasferirsi in una nostra colonia, o in altra località a suo piacimento. Se uno di voi rimane, vedendo come amministriamo la giustizia e tutta la cosa pubblica, possiamo dire che di fatto ha acconsentito a eseguire i nostri ordini; e se costui disobbedisce diciamo che commette ingiustizia in tre sensi: in quanto non obbedisce a noi che lo abbiamo messo al mondo, e poi a noi che lo abbiamo allevato, e in quanto non lo fa dopo aver accettato di obbedirci, né d'altronde cerca di persuaderci che stiamo commettendo un errore. Lungi dall'imporre con asprezza di fare ciò che ordiniamo noi non facciamo che proporre, lasciando possibilità di scelta fra persuaderci ed eseguire: eppure costui non fa l'una cosa né l'altra. Ora noi sosteniamo, Socrate, che a siffatte accuse ti presterai anche tu se farai quello che hai in mente: e non meno degli altri Ateniesi, mai più di tutti." E se chiedessi perché mai, forse a ragione mi assalirebbero rimarcando che proprio io, più di tutti gli Ateniesi, sono stretto a loro da questo patto. Ecco quel che direbbero: "Abbiamo buone prove che ti piacevamo, Socrate, noi e la città. In questa città non avresti soggiornato enormemente più a lungo degli altri Ateniesi, se non ti fosse enormemente piaciuta; non ne sei mai uscito per una celebrazione sacra, tranne una volta per andare all'Istmo, né sei mai andato altrove, se non per spedizioni militari, né hai mai viaggiato come amano fare gli altri, né ti è mai venuta voglia di vedere un'altra città e conoscere altre leggi. Ti bastavamo, invece, noi e la nostra città: tanto intensamente ci prediligevi, accettando di vivere sotto il nostro governo (in questa città fra l'altro, dando l'impressione che ti piacesse, hai fatto i tuoi figli)! Inoltre, durante il processo avresti ancora avuto la possibilità di chiedere la pena dell'esilio, se lo avessi voluto, di fare cioè allora, col consenso della città, ciò che cerchi di fare adesso senza. E ti vantavi, allora, di non rammaricarti al pensiero di dover morire, dichiarando anzi di preferire all'esilio la morte! E ora non ti vergogni al ricordo di quei discorsi, e senza alcun riguardi per noi leggi cerchi di distruggerci, e ti comporti come il più vile schiavo tentando di fuggire contro i patti e gli accordi in base ai quali avevi convenuto con noi di regolare la tua vita di cittadino. Anzitutto, dunque, rispondici su questo punto: diciamo o no il vero, quando affermiamo che avevi accettato, e non a parole ma di fatto, di vivere sotto il nostro governo?" Come reagire a questo discorso, Critone, Possiamo far altro che dichiararci d'accordo?
CRITONE Dobbiamo, Socrate.
SOCRATE E soggiungerebbero: "Così tu non fai che violare i patti, gli accordi fatti con noi: non vi avevi consentito perché costretto, o ingannato, e un bel po' di tempo hai avuto, per pensarci su: in settant'anni avresti ben avuto modo di partirtene se noi non ti andavamo bene, o se non trovavi giusti i nostri accordi. Tu invece non optavi per Sparta o Creta, di cui stai sempre a lodare il buon governo, né per nessun'altra città greca o barbara: di qui, anzi, sei partito più raramente di quanto non facciano storpi, ciechi o altri invalidi. A tal punto dunque ti andava bene, enormemente più che agli altri Ateniesi, la nostra città, ed evidentemente (a chi andrebbe bene una città senza leggi?) anche noi leggi. E adesso non vuoi stare ai patti? Ma sì se ci ascolti, Socrate: così non ti renderai ridicolo abbandonando la città.
Pensa poi che piacere faresti, a te stesso oltre che ai tuoi amici, cadendo in un errore come quello di trasgredire i patti. Che i tuoi amici correranno anche loro il pericolo di andare in esilio ed essere privati dei diritti civili, o di perdere i propri beni, è abbastanza chiaro. Quanto a te, se ti recherai in qualcuna delle città più vicine, come Tebe o Megara (entrambe vantano una buona legislazione), vi giungerai, Socrate, come un nemico del loro ordinamento civico: tutti quelli che si preoccupano della loro città ti guarderanno con sospetto, considerandoti un guastatore di leggi, e rispetto ai giudici contribuirai a consolidare l'opinione che abbiano emesso una sentenza giusta, in quanto uno che corrompe le leggi può apparire, a maggior ragione, come un corruttore di giovani o di uomini stolti. E allora cosa farai, eviterai le città rette da buone leggi e gli uomini più onesti? Oppure li avvicinerai, senza pudore, per parlare con loro, ma di cosa, Socrate? Argomenterai, come facevi qui, che le cose più preziose per l'uomo sono la virtù e la giustizia, e le leggi e tutto ciò che vi si connette? Non credi che il fare di Socrate apparirà sconveniente? È inevitabile. E se tenendoti alla larga da questi luoghi te ne andassi in Tessaglia, dagli amici di Critone? Certo che lì regnano il più gran disordine e lassismo, e non è escluso che starebbero ad ascoltare volentieri come sei ridicolmente evaso dal carcere mettendoti addosso qualche travestimento (una pelle d'animale, o altre cose che usano per travestirsi i fuggiaschi) per rendere la tua fama irriconoscibile. Non vi sarà nessuno a rilevare che vecchio come sei, verosimilmente con poco tempo ancora da vivere, hai spinto il tuo tenace attaccamento alla vita al punto di trasgredire le leggi più importanti? Forse no, se non infastidirai nessuno: altrimenti, Socrate, ne avrai da sentire di commenti sul tuo conto, e ben umilianti! Potresti vivere ingraziandoti questo e quello, servilmente, e occupandoti di cosa, in Tessaglia, se non di spassartela?... Quasi ci fossi andato per banchettare! E quelle nostre conversazioni sulla giustizia e le altre virtù, dove saranno andate a finire? Ma già, vuoi vivere per i tuoi figli, per allevarli ed educarli. Davvero? Li alleverai ed educherai portandoteli in Tessaglia, facendone degli stranieri per sovrappiù? O in alternativa li farai allevare qui, e con te vivo saranno allevati ed educati meglio, anche se non sei vicino a loro? Certo, se ne prenderanno cura i tuoi amici. Ma lo faranno se partirai per la Tessaglia, e non invece se partirai per l'Ade? Se quelli che si professano tuoi amici vogliono essere di qualche aiuto, lo faranno comunque.
Ma da' ascolto, Socrate, a noi che ti abbiamo allevato: non dare ai figli, alla vita, a null'altro più valore che a ciò che è giusto, affinché al tuo arrivo nell'Ade tu possa richiamare tutto ciò in tua difesa, presso coloro che lì comandano. Il comportamento che non sembra qui a te (né ad alcuno dei tuoi amici) preferibile, né più giusto né più pio, certo non ti apparirà preferibile quando tu sia giunto lì. È vero che andandovi - se poi lo fai - patisci un'ingiustizia, ma non da parte di noi leggi bensì degli uomini. Se invece evadi così ignominiosamente, ricambiando offesa con offesa e male con male, trasgredendo i patti e gli accordi stretti con noi e facendo del male a chi meno dovresti (a te stesso, agli amici, alla patria, a noi), non solo ti attirerai finché vivi la nostra ostilità, ma anche le nostre sorelle laggiù, le leggi dell'Ade, non ti accoglieranno con benevolenza, sapendo che hai cercato, per quanto sta in te, di distruggerci. Insomma, non lasciarti persuadere dai consigli di Critone più che dai nostri".
Questo è ciò che mi sembra di sentire - sappilo mio buon amico Critone - come ai celebranti di riti coribantici sembra di udire i flauti: e risuonando dentro di me, l'eco di queste parole mi impedisce di udire altro. Per quanto mi pare ora, ti assicuro, ogni tua obiezione a esse sarebbe vana. Se speri di ottenere qualcosa di più, comunque, parla pure.
CRITONE Sono senza parole, Socrate.
SOCRATE Allora lasciamo perdere, Critone: e scegliamo questa via, visto che ce la addita la divinità.
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domenica, 29 maggio 2005
La mia penna ha la radice già recisa
La gobba salla schiena,
Sette Rughe come inchiostro
E poca fame.
Perché Cristo era sotto terra,
prima dei fuochi. E se mai l’avessero strappato
dal padre, se mai la madre
non fosse andata a pescare i pesci
–e le teste dei piccoli,
Forse adesso i cani non piscierebbero sulle tombe:
sceglierebbero i palchè delle sorelle.
E noi, le sorelle?
Alla tomba!
Ogni suolo ha inghiottito le ceneri:il polline dell'ultimo fiume -nella città che ha Giotto come cielo - ha riforato le narici,gonfiato la primaVerità,reso i nasi incandescenti. Ho guardato il cerchio dei sei, ieri, e la mano nuova del signor X diceva gonfia come un tempo:" Sai, è da vent'anni che lo fanno: me l'hanno sempre ripetuto ch' ero fuori di testa. Te lo senti dire cento volte,te lo urlano addosso, ti additano alla gente, lo rimarcano ad ogni passo. E alla fine - che vuoi-anche se sai ch'è falso, sei costretto a scegliere: o dai ragione a loro e ammetti d'esser fuori di testa, o finisce che ne esci pazzo" (...)
Perciò ,a dispetto dell'uguale, ho baciato il fiore di loto che dal fango -il suo cilindro- ha costruito lo splendore: terrò la mano degli astemi e quella del più gonfio tra gli ebbri -ne farò assi per i miei tetti, calma per le prigioni,rovi pronti al nuovo intreccio.
Poi, bussino pure le pietre e le canaglie, e giungano gli scarichi dall'isola che aspetta: là dove il parente ha lo scrittoio già pronto,il Sole ha deciso
per la scesa.
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giovedì, 19 maggio 2005
Resta una sposa alla mia testa
per l'epoca del nudo
-e del bel cantare il sacro-
Così al primo
dei bravi brigadieri
per l'epoca dei pasti
e di noi
stupidi santi
che il sangue vivono a stagioni
Ho preparato bocche, il ciglio
le gamelle.
Che ridano dei plagi
per i campi di sciocchezza
e prestino le dita
a chi le dita distinto
e d’istinto ha masticato
solo a cresta di febbraio
quando povera lasciava
il suo sterile a maggese.
(perdonatemi,ma giacchè le troppe lodi da sempre mi hanno stomacato, ho deciso di nauseare un po' voi...con affetto. SorRido)
ORA, sfido, io....
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martedì, 17 maggio 2005
(Parlano di cadute libere nel pre-conscio. Io so solo che se allucino confondo, e ciò che confondo non so più dire)
Come se non ci fossero più frasi al mio vocabolario finito, ogni lemma generico e ancora non me né do ragione.Solo segni senza traccia. Posso riscrivere i passati, lo so ,ma ieri, appena uscita da quella porta, tra l’orecchio e la mandibola, una pressione contraria spingeva al fuori.E qual è il mio fuori se non una seconda pelle che racchiude, comprime e de.prime? Sono la chiesa di me stessa, sputo sugli altari perché ancora ci cammino,conosco le congiunzioni e la grammatica, non vedo però logica. Ciò che tenta l’uscita – e in qualche modo la logora- appare sempre col vestito della risposta per ingannarci sulla soglia: sto uscendo, mi svelo, dunque “a me” ti rispondo. Eppure quel pulsare che dal centro cerca uno sbocco, oggi e ieri , nel suo essere al limite, arriva come una domanda, si arriva –e la questione diviene piccola, minuziosa, corporale.
Per la mia frase
Il mio discorso non ha testa
Né copricapo.
Un giorno si giura
E senza il treno del vino , quando anche i mosaici saranno fioriti,la sola domanda che faremo agli astanti – e mi faranno- sarà la vera tortura per i demoni. Nulla ha verso se non forma e rigore, nulla ha dominio senza che la mia merda parli d’essenza, e la mia merda parlerà d’ego, es, certuni e società –come l’uomo che al tabellone della fabbrica portava i riccioli fra i capelli ma era donna e –come sempre- per ogni occhio aperto, uno spillo. Sarà fine, o solo mezzo, la verità? Sola supposizione, l’essere sulla linea a sfida: la si calpesta per la certezza di un oltre, non già col pensiero che quella presa di coscienza sia un morire originario, perché se quella linea fosse fine non perderei i piedi, smarrirei forse il tatto; ma quella linea non è un neppure un confine, che se fosse presupporrebbe uno scarto, quello necessario alla preparazione del poi, il salto.
Nel frattempo –lo stesso tempo che apparentemente perdo - scopro il vecchio. L’unico banchetto in cui non via sia cibo, se non troppo o troppo poco –e di sei ch’eravamo, uno dopo l’altro, come un corpo che arrivato all’età del mezzo comincia a disfarsi, si perdono la distanza ma non le file. Perché dico questo? Perché ho incastrato le mie braccia sulle spalle dell’Altro per poterle muovere. E adesso che le vedo arrampicarsi, io divengo l’Altro.
Azzardo: posso anche pensare di scordarmi , perché in quell’entrare-in-comunicazione ne penetro l’ impenetrabilità, la stessa che in ultimo è anche la mia.
Per scrivere dovrei sapere la mia traduzione – e non la conosco. Allora mi chiedo: chi, fra voi, conosce la lingua che si è dato? Era forse necessario impararla a memoria, prima di cominciare a parlare?
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venerdì, 13 maggio 2005
Al muro un quadro rosso,una mano che è la mia, la sua , la nostra, il mio cordone, la mia casa, la mia lode, la mia linfa, la mia terra rinsecchita
e il seme alla domanda. Oggi la strada porta al seno un filo bianco e una miccia: quando i ragazzi morti erano come.te, e Parise più giovane dei vivi, avevo freddo e l’ho accesa. Parlava di edera, pavoni, fiori e morti. Come il cieco che sà il tatto del percorso e ha suole sottili per sentore, essere il tacco basso e il piede nudo dei cortili interni,il tallone ispessito -ma non la sofferenza matrice di cecità, che l’occhio fosco, se trafitto con l’antico rimedio, sa ben vedere
– l’Autre.
Ciò che non dico è il mio sguardo al fuori, ma verrà anche quel tempo ,quando avrò chiuso il bianco in un fortiere, per dar luce alla stanza e leggermi i fogli sfogliando la sera.
Oggi resto così, al pavimento delle gambe, a guardare voi mentre ridete e primi fra i primi chiedete riconoscenza.
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martedì, 10 maggio 2005
un accenno di sogno (in terza persona)
Al centro della stanza, una sedia di paglia. Lei gira attorno come un animale in gabbia, ha le mani grandi e la pelle ruvida appena preparata. E’ lì già da qualche ora ad attendere il momento perfetto all'arrivo e intanto, finge di pulire i vetri dalla polvere dell’unione. Arriva un signore anziano,indossa una giacca blu e la cravatta gialla: “Mi stava aspettando, per caso?”
“No, cercavo solo un po’ d’ombra. Non sapevo fosse casa sua”
“Non si preoccupi: cercavo un po’ d’ombra anch’io. Fuori però piove”
“Tra poco comunque me ne andrò: dovrebbero arrivare a momenti”
Il soffitto è basso e il pavimento freddo, lei sa che dovrà partire, ma ancora non può muoversi. E anche se potesse se ne andrebbe solo per fare un piacere al suo piacere, lui la prenderà per un gomito e la porterà là dove gli altri sei cominceranno a parlare –e lei non vuole, non oggi, ne ieri. Se ci fosse almeno un po’ di musica. Ma ogni cosa tace, e quell'uomo lo sa bene: “Posso farle una domanda indiscreta?”
“Certo” –e nel dirlo si fa il dubbio del rumore:Non è forse questa la prima indiscrezione? Non è forse ,la sua, già una domanda, la più indiscreta e sgraziata fra tutte?-
“Lei sa ballare?”
Era una bella domanda, invece. Un preludio.
Ma non c’è tempo alla risposta, bussano al muro della stanza accanto e lei raccoglie il guanto ,solleva la sedia per andarsene, si gira solo un istante:
“Mi spiace, forse avrebbe voluto riposarsi un po’. Ma devo portarla via, làggiù tutti hanno la loro, cosa penserebbero di me se restassi in piedi?Mi spiace davvero, ora non c’è nemmeno più l’ombra della sedia” . D’improvviso l’uomo ha un volto famigliare, le ricorda il vecchio del treno che parlava di matrimoni, raduni di fedeli e fisarmoniche, l’uomo che le regalò un biglietto e disse al controllore: lasciatela stare, io la conosco, è una mia cara amica, la conosco. Ma non la conosceva se non da pochi minuti , e aveva parlato solo lui.
Eppure adesso, ri-conosceva nella voce del signore dalla giacca blu la voce di uno sconosciuto. Un gioco del doppio rovesciato: ritrovare al presente le forme di un non-ricordo, e in quello, ritrovarsi.
Sarebbe rimasta, ora, pronta ad ogni successiva indiscrezione.
“Bhe, se restasse in piedi capirebbero finalmente che non è la che vuole ballare”
“Già. Ma ho portato con me le scarpe giuste,quelle strette ai piedi. Credo bastino.”
“Aspetti: voglio darle una cosa. Ecco, tenga. Ha le punte arrtondate, non si preoccupi.” – le porge una forbice-
“A cosa mi serve? Io non ho i capelli”. Ma la stanza è leggera, la sua voce morbida e ogni solco della pelle il tratto di un disegno: come la prima domanda, anche questo dono insensato ha una ragione, e quella ragione è anche la sua inutilità temporanea–tutto ciò che è inutile porta in sé del vero. La prende in fretta senza dire grazie ,ed esce.
Fuori il padre l’aspetta nell’auto. Ci vorranno dieci passi per arrivare, ma lui vuole accertarsi che lei salga le scale e intanto le parla al telefono.
“Su, sali” “Sono già salita, non mi vedi? Perché non riattacchi? Puoi sentirmi ugualmente” “Così la voce è più nitida, fuori piove, te ne sarai accorta. Non hai nemmeno l’ombrello” “Non mi serve, gli ombrelli fanno solo rimbalzare l’acqua. Poi non ti accorgi nemmeno quando smette di piovere”. Lei sfiata sul finestrino opaco e pensa: al diavolo, salirò quelle scale e andrò dalla signorina a dirle che qui non voglio più venirci, ci metterò un istante e poi tornerò a chiudere la porta. Ci metterò un istante.
“Ecco, ti guardo salire. Ti verrò a prendere domani”
“Non lo so, forse oggi non ci sarà nessuno, aspetta almeno un minuto”
“Lo sai, vero che tua madre ci tiene?”. Lo sapeva.
Finge di sbattere la portiera ma lascia un pezzo di cinta fuori: quando lui se ne accorgerà e si stenderà a tirare quel che è rimasto incastrato, lei sarà già di ritorno e avrà pronta una bugia come scusa. Corre col cuore in mano, ma alla palazzina gialla hanno cambiato le scale, dev’essere così, non si spiegherebbero altrimenti gli scalini tanto alti. Più sale e più s’alza il balzo, all’ultimo gradino deve arrampicarsi, apre la porta e si ritrova nuovamente all’aperto. Ma è un aperto sopraelevato, eppure non è un terrazzo: la terra è verde e ancora bagnata, un viottolo di sassi porta a due case. La prima è sulla destra, enorme, sbuca dal terreno solo l’ultimo tetto-ma lei sa che quella non è altro che la fine:di certo, ci saranno almeno altri quattro piani interrati , e saranno già tutti in cerchio
La seconda è sulla sinistra, bassa, forse una palestra, forse una cantina.
La donna si dirige verso la seconda: Qui non mi vedranno, aspetterò che arrivino i conduttori e dirò nascosta che con oggi ho chiuso.
Apre la porta della seconda casa, è buia e umida. Fuori nel frattempo, ha smesso di piovere anche se il cielo è nero ma la terra luccica, doveva pur esserci,da qualche parte, il sole.
“Guarda che siamo qui.”, oggi ogni voce la prende alle spalle. Da giorni lei è sempre di spalle, tutto è imprevisto.
E’ Maddalena. Sta seduta su una sedia a sdraio fuori dal portone semiaperto della prima casa, ha gli occhiali scuri e un nuovo taglio di capelli. Prende il sole con un giubbino bianco.
E’ incastrata,ormai l’hanno vista e la vergogna le gonfia il viso.
“Oh, ciao. Che tempo strano, vero?” Non sa che dire, la regola è non parlare mai quando si è fuori dal tetto. E’ permessa solo la circostanza, tra i sei.Ma anche se così non fosse, oggi comunque non avrebbe nulla da dire. Si sarebbe fermata volentieri a parlare solo col vecchio, o a ballare. Non qui, però.
“Già, a casa mia faceva un freddo terribile. Ma ho portato gli occhiali scuri, non si può mai sapere. Perché tu non hai l’ombrello?”. Maddalena ha una voce immobile, ogni parola un peso grave e non guarda mai negli occhi.
“Non sapevo dove metterlo, è troppo pesante.Sei arrivata solo tu?”
“No, gli altri stanno dentro, se ti affacci li vedi”
Lei si sporge all’ingresso, il tetto è enorme e cavo, anche lì il soffitto è buio come il cielo e il palchè illuminato,e non ha senso-avere gli occhi accecati dal riflesso di una luce che non c’è.
Non a caso, Loro stanno tutti appesi al buio, il Signor X è attaccato ad un trapezio, la più piccola sembra arrabbiata ma gioca con un pallone ad aria, sospesa. Paola ,sta seduta al danvanzale della finestra più alta e ride.E la seconda M. vola, ma si capisce che sta fingendo: cadrà da un momento all’altro ed è bene che non lo sappia.
“Ciao”, dice lei piano. E nessuno la sente, il riverbero della luce le imbruttisce la vista. Già che nessuno ha sentito,potrà fingere di non aver visto anche lei, ringoia il saluto appena fatto e in fine arrossisce, come chi ha aperto la porta di due amanti e sente il corpo più nudo del loro.
Riporta la testa fuori, guarda la donna degli occhiali da sole e si rassegna:ormai non c’è scampo, è passato troppo tempo:resterà anche oggi e saranno parole al vento e scarpe strette.
“Bhe, che ipocrita, nemmeno ci saluti?”. Sono loro, le toccano la spalla.
“Ipocrita? No, giuro, non vi ho visti, non sapevo nemmeno che foste già qua, chiedetelo a Maddalena”
“Ma se te l’ho appena detto e ti sei sporta? Chi ti capisce”.
Resterà col volto rosso per un’altra mezz’ora, seduta sulla sdraio. Poi, d’improvviso, s’accorge che è seduta su quella di Maddalena,perché tra una parola e la fretta deve aver dimenticato la sedia impagliata dall’uomo con la giacca blu. Forse s’è anche addormentata,perché adesso lì non c’è più nessuno. Nemmeno nella casa. Nemmeno la casa.
Si alza, cambia le scarpe verdi con le nere e comincia a correre.
Seconda parte (mi risveglio, mi riaddormento, e torno laggiù)
Le scale del palazzo sono raddoppiate, i gradini tornati alla dimensione normale, l’alzata è facile ma la visione impossibile: come una strada a due corsie di marcia, la prima può solo scendere,dalla seconda si può solo salire –e lei é già all’ultimo piano.Scende.
Ad ogni passo il cuore accellera :ormai sanno, che sono arrivata, non conoscono la mia lingua ma conoscono la mia bugia e staranno già meditando un buon modo per incastrarmi: saranno tutti là, nel loro cerchio con un falso abbraccio, il loro cerchio che è un falso abbraccio – eppure, ora che non sono io a dare l’addio ma loro ad avermi dimenticata fuori,, ho bisogno anche di quella stretta, mi accontenterei anche dell’illusione.
Ogni oggetto è buio, le piastrelle di marmo , il soffitto basso e non ci sono porte. Lei continua a correre, scalpita, saranno passati pochi minuti, ma il tempo è accellerato : qualcuno deve aver chiuso i rubinetti –pensa, perché sarà forse l’ora di pranzo, ma già è notte fonda e senza rumori.
Mentre si appresta alla fine,d’improvviso arriva un terrore, come se un velo le si fosse posato sul capo e le auttutisse l’udito: qualcuno la sta seguendo e arriva dal basso. Si ferma. Guarda alle scale della salita, può vederne i gradini e –se ci fosse qualcuno- le scarpe fino al bacino, ma non le teste. Questo la rassicura: nessun calcio può danneggiarla più di una testa –e in fondo, ora che ha smesso di precipitare, si accorge del ridicolo. E’ lì, al centro di un burrone e si affanna per arrivare al luogo da cui voleva andarsene anche a costo di un infarto. Allora sceglie: lascerò un messaggio alla più vecchia e le dirò che ormai non ha più senso, lo poserò sull’ultimo gradino prima della porta a vetri e lei lo troverà all’uscita. Anzi, lo lascerò qua, al centro, così che tutti al ritorno possano raccoglierlo.E ne lascerò sei, che lo sappiano senza rossore né inganno.
Poi, potrò anche urlare.
Piano –che non si spaventino ma abbiano almeno un pretesto per uscire dalla stanza e sciogliere il cerchio.
Apre la borsa, fruga nella polvere e non ha fogli nè penna. Ci sono solo tre sigarette, una fotocopia, il guanto spaiato e la forbice del vecchio.
Poggia sul gradino le tre sigarette, ne orienta le punte a formare una figura, spezza il foglio in sette parti e ne sparge i pezzi in terra, piega il guanto e lo posa al centro del triangolo. In ultimo, la forbice.
In fondo, la mia gravidanza è un po’ anche la loro.Per i miei nove mesi ho bisogno di una sedia, qui fa troppo freddo. E a rubinetti chiusi il tempo non passa- lo capiranno: i miei capelli devono crescere.
Si risolleva da terra , passa alla seconda rampa –la salita- e grida.
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Per ciò che verrà
-Nella fonte d'ogni chiasso-
Ho fissato la bugia.
Coprirò poi
con stracci di risvolti
ogni tritume e sedativo
A distillare vento
dal primo riposo di maggio.
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martedì, 03 maggio 2005
Alderano ha pubblicato qui il suo brano nato di getto a seguito dell'iniziativa dei Wu Ming. Sabato, nei venti minuti di treno che separano la mia città dall'altra, ho scritto anch'io il mio. Trascrivo:
Tra la chiesa gotica, la Banca d’Italia e il secondo liceo di Vicenza ,Piazza San Lorenzo vive da anni racchiusa in un perimetro invisibile, un tracciato di confine tra un noi indefinito e un loro ben conosciuto.
Avevo quattordici anni, quel giorno, gli occhi a terra e il passo svelto come l’ingenuità –ed era troppa. Cercavo la bicicletta nera del nonno chiusa al pilastro del centro, cerco le chiavi, cadono i libri ma una voce bassa mi ferma: e’ un uomo a calciare il silenzio di mezzogiorno, con la luce di agosto a battergli sul collo in tensione ed evidenziarne il nodo. Una gola bloccata, ruvida, un’occhio che sa di pianto e rabbia punta al loro monumento.
“Siete voi, vero?”
Avranno in media una ventina d’anni, i capelli cortissimi,magliette nere in piega perfetta e la risata forte. Si girano,ghignano nel gruppo.
”Noi chi?”
“Quelli di mio figlio”.
Ridono.
“E chi cazzo è tuo figlio?”
“Uno qualunque, evidentemente, uno dei tanti,uno degli ultimi”
Ridono di nuovo, riassestano i corpi e gli sguardi in cerchio e riempiono le bocche di fumo nero, indifferente.
“E’ tornato a casa viola, lo sapete? Certo che lo sapete. La mandibola che tremava impazzita, le pupille spalancate di terrore, diceva: Non dirlo a nessuno, babbo, ti prego, ti prego, non fare niente, ti prego, io non ho fatto niente, ti prego, non cercarli, babbo, ti prego. Siete dei pezzi di merda, dei fottuti pezzi di merda.”
Resta zitto per un po’- ed è una pausa che gela e cristallizza ogni cosa. Poi uno dei più giovani si volta,l’unico che sarà il solo a resterà fino alla fine.
“Ma vaffanculo, lascialo perdere, cazzo”, si sente dal centro. C’è un capo, fra loro:ha gli occhiali scuri , il volto largo e ripete al minore: ma vaffanculo, lascialo perdere.
“L’avete picchiato voi, non è vero? Lo so, e chi altrementi? Senza alcun motivo, lo so. Perché Voi siete senza alcun motivo. Bravi! Respirate sui vostri colli forti e maturi i vostri stemmi incoscienti, i vostri lustrini del cazzo. L’avete picchiato voi, vero? La violenza del branco, certo, perché era più piccolo di almeno due teste! Perché questo è il vostro territorio sacro, vero? Perché quella era la vostra cazzo di notte. Su, forza, parlate! Togliete i tappi da quelle stupide bocche! Su, mostratemi le vostre mani, i vostri piedi borchiati, buttate a terra anche me,forza, buttatemi qui, ora ch’è sole. Mostratemi le palle gonfie dellaltra notte, stronzi”
Silenzio.
In tre si alzano dal monumento e lui quasi non ci fa caso: è lì, ma sa bene d’essere ad un muro, un muro che non è certo alle spalle ma al petto, il muro muto di un agosto nero, sporco.
“Cos’è? Avete paura voi, ora? La paralisi dell’ignoranza?Ditemi, forza! Perché alla fine Questo siete. Questo fate. Ignoranti… Dai, raccontatemi una storia, raccontatemi un insulto, raccontatemi La Storia, quella che tanto rivendicate! Muti, ma certo! Che ne sapete, voi? La sapete lunga, vero? Molto più lunga di Andrea, certo. I vostri cazzo di vent’anni sicuri che falciano tutto, i vostri eroi belli! Dove sono adesso? Senza giustificazioni? Solo azioni, le vostre, ovvio. Perché siete un gregge, siete! Ma guardatevi, guardatemi, cristo! Dove sono gli occhi di due sere fa? Dove sono finite le mani grandi per le guancie di Andrea? Dove sono i vostri calci, ora che c’è luce e io sono come vostro padre? Dove cazzo sono? Ditemelo. Cos’è? Avete paura dei padri? Dove cazzo sono?”
Silenzio.
E la bici del nonno ormai era sparita, era sparita ogni cosa, la chiesa, la scuola, il bar giallo, le pagine, la storia, la coerenza, l’incoerenza, le belle frasi, i passanti, la bici del nonno, ogni cosa, la chiesa, le voci, la testa, la mia testa, la loro.
Stavo lì, immobile con le gambe affondate nella terra e la voglia di piangere Andrea, quell’Andrea sconosciuto che forse nella sera delle botte aveva il mio stesso viso, trenta chili e una chiave in mano –e gli occhi, bassi come i miei prima di quell’inizio. O forse sbarrati, come i miei di quel preciso allora.
Intanto al monumento erano rimasti in due: i primi se n’erano andati con un gesto di spalle incurante, il gesto di chi piega e non sa spiegare, il braccio volato a preaprare l’uscita dei secondi che avrebbero sussurrato un solo misero noi andiamo. E quel mezzogiorno d’Agosto ormai era un giorno tranciato a metà, un istante che però conteneva una verità e mezza. Io li ho odiati,lo ricordo bene. Ma quel padre non provava odio.
“Mi fate pena, sapete? Mi fate una gran pena. E mi fate schifo.
E mi fate pena”
Si è passato una mano sulla fronte ad asciugare un sudore che non c’era, un sudore che se anche fosse stato, sarebbe stato inutile, statico, morto, incomunicabile. Poi se n’è andato lento verso le mura del liceo,le stesse che anche oggi pitturano a giorni alterni per togliere ogni traccia rossa e ogni traccia nera della gara degli stolti, del più forte.
L’ultimo del gruppo stava ancora là, seduto ai piedi del monumento, inerte ,in un’offerta che ora appariva quasi ridicola.
E quel frammento lasciato dal padre chiedeva ora una ricomposizione, la costruzione di un’immagine sola, solitaria, senza residui, senza resti al reale, un terreno svuotato dal simbolico ma incastrato nella traccia di quello stupido perimetro, il loro, la loro piazza, le loro croci d’oro, le loro bandiere,i loro vaffanculo, le loro aquile, i loro scatti improvvisi,loro.
p.s. Ma della mia città è bene ricordare anche questo.
E molto altro.
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